#geopolitica
è la nostra nuova rubrica dedicata allo studio delle relazioni tra i fattori geografici e le azioni sociali e politiche, con articoli e approfondimenti a cura di esperti del settore tratti dal fascicolo Il mondo senza confini, edito da Tramontana in collaborazione con Associazione Diplomatici.

I materiali proposti dalla rubrica sono pensati per aiutare i docenti ad adeguare il proprio lavoro a un mondo sempre più globalizzato e a coinvolgere i ragazzi nelle attività di studio.

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Prima puntata – 10 gennaio 2017

CHE COS’È LA GEOPOLITICA

di Lucio Caracciolo

La geopolitica studia i conflitti di potere in un determinato territorio. Per esempio, fra israeliani e palestinesi in Terra Santa, fra serbi e albanesi in Kosovo, fra India e Pakistan in Kashmir.

L’analisi geopolitica si basa sulle carte. Si dedica sempre a casi specifici, delimitati nel tempo e nello spazio. Non produce teorie, ossia formule valide in ogni luogo e in ogni epoca. Non è una scienza: non predice il futuro, serve a capire il presente attraverso il passato. Usa strumenti e competenze di varie discipline, dalla storia alla geografia, dall’antropologia all’economia e alla strategia.

Per fare geopolitica occorre anzitutto disegnare su carta il conflitto da analizzare. Può essere una guerra: uno Stato o un gruppo di Stati contro un altro, oppure una guerra civile, interna a uno Stato. Ma può essere anche una disputa politicoamministrativa: a quale Regione appartiene un Comune, come si disegna una circoscrizione elettorale. Oppure economica, sui diritti di sfruttamento di un giacimento petrolifero o di un’area di mare. O anche di carattere etnico-culturale: diverse popolazioni si contendono il controllo di un territorio, di un quartiere, di un villaggio.

Per un’analisi approfondita servono più carte. Da quelle a scala più grande, riferite a spazi minori, a quelle a scala più piccola, che inquadrano il contesto della disputa. Le carte non sono mai oggettive. Rappresentano sempre punti di vista. Contengono giudizi, non pure informazioni. La scelta di cosa disegnare e cosa trascurare ha valore strategico.

Esempio: Israele e palestinesi rivendicano entrambi Gerusalemme come loro capitale. Sarà quindi utile rappresentare la città contesa, con i quartieri arabi e quelli ebraici, i luoghi sacri. Poi occorrerà allargare la prospettiva, disegnando i confini incerti di Israele, con i Territori palestinesi occupati. Ancora, servirà disegnare le barriere e i check point distribuiti dagli israeliani in Cisgiordania. E mappare le rivendicazioni degli uni e degli altri, nella loro evoluzione storica.

In geopolitica conviene concentrarsi sui seguenti elementi essenziali a ogni analisi.

Anzitutto, i protagonisti. Chi sono coloro che si confrontano o si scontrano, quali sono le loro storie, le loro mentalità, religioni e ideologie, le risorse di cui dispongono per raggiungere i rispettivi obiettivi. Nella storia contemporanea si tratta quasi sempre di attori collettivi: nazioni, imperi, partiti, gruppi armati, Chiese o sette religiose, mafie, grandi aziende multinazionali. Per capire come pensano lo spazio è utile ricostruire il loro modo di discutere, leggerne la stampa e i siti internet, i libri di testo scolastici, i documenti ufficiali. È molto importante accedere ai testi in lingua originale. Essi esprimono in maniera più autentica i pensieri dei protagonisti. E servono a comunicare all’interno della medesima comunità. L’inglese è di norma la “lingua dello schermo”: serve per propagandare nel mondo le proprie tesi, mascherandole nel modo che si ritiene più utile a farle accettare.

Poi, i progetti. Che cosa vogliono i protagonisti e come pensano di conquistare le poste in gioco. Sulle carte occorre rappresentare dunque le strategie degli attori e i loro obiettivi: terre, mari o spazi aerei e ciò che di prezioso possono contenere, come ricchezze naturali o monumenti simbolici. Le carte geopolitiche sono dinamiche. Non fotografano uno stato di fatto, ma disegnano – con frecce o altri indicatori di movimento – le mosse effettive o immaginarie dei protagonisti. E affondano nel passato. Sono importanti le rappresentazioni geopolitiche dei propri “diritti storici”: questa terra è mia perché ci abitavano i miei avi, magari migliaia di anni fa.

Infine, vanno messe in evidenza quelle caratteristiche fisiche dello spazio che abbiano importanza per il conflitto. Montagne, fiumi, mari, paludi. Ma anche strade, ferrovie, barriere o percorsi costruiti dall’uomo, come fortificazioni di confine o tunnel. Il ragionamento geopolitico è contrastivo. Mette a confronto tesi, punti di vista e quindi carte diverse. Senza pregiudizi ideologici o morali. Ogni tesi geopolitica deve essere considerata legittima, se si vuole capirla. La geopolitica ha dunque valore formativo, non solo informativo. Ci abitua a metterci nella testa degli altri. Condizione necessaria, anche se non sufficiente, per risolvere pacificamente i conflitti.

Il confronto fra le carte dei protagonisti è molto utile per capire le loro priorità. La selezione di ciò che ciascuna parte decide di rappresentare in un determinato spazio indica cultura, mentalità, obiettivi. Per esempio, serbi e albanesi disegnano il Kosovo, territorio che si contendono aspramente, in modo diverso. I primi mettono in rilievo i monasteri ortodossi, simbolo del vincolo storico di quelle terre alla Serbia. I secondi preferiscono evidenziare la presenza albanese in Kosovo, nettamente superiore a quella serba. Così marcando il diritto all’indipendenza di quel territorio.

La geopolitica ha una sua storia. Nasce nella Germania del primo dopoguerra, nel dibattito pubblico su come recuperare i territori persi con la sconfitta del 1918. Negli anni del nazismo, il regime cercherà di usare la geopolitica per legittimare i propri obiettivi di espansione. Così snaturandola, giacché non era più uno strumento di conoscenza e di discussione, ma di propaganda, per di più razzista. Il punto di vista altrui non veniva considerato, in quanto appartenente a una “razza inferiore”.

Dopo la Seconda guerra mondiale, la geopolitica è caduta in disgrazia. Ai tempi della Guerra fredda – lo scontro fra i blocchi dell’Est, guidato dall’Unione Sovietica, e dell’Ovest, orientato dagli Stati Uniti d’America – i conflitti venivano spiegati con l’ideologia (comunismo contro liberalismo), l’economia (socialista o capitalista) o il sistema politico (democrazia contro dittatura). In Occidente la geopolitica era ignorata o trattata da ideologia nazi-fascista.

È con la fine della Guerra fredda, negli anni Ottanta-Novanta, che la geopolitica torna di moda. Perché i conflitti sono sempre più riferiti al territorio. Con la crisi delle grandi ideologie, le rivendicazioni territoriali poggiano sui “diritti storici” di questo o quel popolo su un determinato spazio, e sulla sua autodeterminazione. Le guerre nei Balcani, che insanguinano gli anni Novanta in Europa, segnano il ritorno dell’analisi geopolitica come strumento indispensabile per capire il nostro mondo. Lo studio cartografato dei conflitti spaziali è ormai parte ineludibile del dibattito pubblico nelle grandi democrazie.

 

Seconda puntata – 17 gennaio 2017

LA GEOPOLITICA NEL TEMPO

La geopolitica analizza le ragioni geografiche dei problemi politici. Gli studiosi hanno di volta in volta individuato in una zona geografica il cuore strategico del mondo, cioè il territorio dal cui controllo deriva l’egemonia su altri territori. Le teorie geopolitiche si susseguono e sono in continua evoluzione.

Halford J. Mackinder (1904)
L’Heartland comprendeva i territori interni dell’Eurasia (Europa orientale e Asia). Il vero dominatore del mondo è il Paese che ha il possesso della maggiore estensione di terre (è dal territorio e dalle sue risorse che si trae la ricchezza e quindi il potere). Per dominare il mondo occorre conquistare più terre possibili, per questo Mackinder (inglese) suggeriva a Londra di rinforzare la potenza militare terrestre per contrastare eventuali attacchi dall’Europa continentale (visione a cui si ispirava l’impero zarista russo).

Karl Haushofer (1924)
Le zone di potere nel mondo potevano considerarsi come suddivise in fasce verticali, come una sorta di meridiani, all’interno dei quali vi era un Paese che dominava tutta l’area. Durante la Prima guerra mondiale, secondo Haushofer, le potenze marittime (Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti) avevano creato una sorta di “anello” per strangolare le potenze continentali. Per spezzare questo anello Germania, Russia e Giappone avrebbero dovuto trovare una intesa e allearsi per contrastare inglesi e americani (visione tedesca della geopolitica).

Nicholas Spykman (1938)
Il Rimland comprendeva le terre costiere che circondano l’Eurasia. Il dominatore del mondo è il Paese (o l’area di Paesi) che possiede gli sbocchi sul mare (la ricchezza non deriva dall’avere un territorio immenso, ma dal commercio, dalla comunicazione, dalla tecnologia). Per dominare il mondo bisogna avere il controllo economico dei territori, non possederli fisicamente (visione a cui si ispiravano gli Usa e il Regno Unito).

Terza puntata – 24 gennaio 2017

DOPOGUERRA: IL MONDO DIVISO IN BLOCCHI (1945-1989)

Alla fine della Seconda guerra mondiale i Paesi vincitori (Unione Sovietica da una parte e il blocco Inghilterra-Usa dall’altra) si ritrovano divisi e in disaccordo su tutto: l’Urss è un blocco di Paesi comunisti, con un’economia pianificata e gestita dallo Stato sul modello collettivista, gli Usa sono una potenza mondiale basata sulla democrazia e sul riconoscimento del libero mercato.

Il timore che un’ideologia potesse prevalere sull’altra e che a questo potesse seguire una supremazia politica e militare a danno dell’avversario, ha portato alla formazione di due aree politiche contrapposte che hanno dato vita alla costituzione di un nuovo ordine mondiale di tipo bipolare durato per quasi un cinquantennio.

Divisione Est-Ovest nel 1982

 

Quarta puntata – 31 gennaio 2017

UN SECOLO DI POTERE
Breve storia dell’Unione Sovietica attraverso i suoi capi di Stato

L’Unione Sovietica nel corso del XX secolo ha subìto numerosi sconvolgimenti che hanno portato alla sua disgregazione. I rapporti con i Paesi confinanti, sia durante il periodo del sistema comunista, sia nella realtà contemporanea, hanno influito sulla struttura politica ed economica di questa superpotenza che è sempre alla ricerca di nuovi equilibri per l’affermazione del proprio ruolo di Paese egemone nel mondo.

Paolo Migliavacca

1917-1924 Vladimir Lenin
Fu il principale protagonista della Rivoluzione d’Ottobre, attraverso cui fu abbattuto l’impero zarista e formato un governo rivoluzionario, da lui presieduto. In questo periodo la Russia fu coinvolta in una profonda guerra civile, che terminerà con la vittoria dell’Armata rossa e la conquista di territori circostanti che porteranno alla nascita dell’Unione Sovietica, il primo Stato socialista del mondo.

1924-1953 Iosif Stalin
Dopo la morte di Lenin, ci fu una lotta per la conquista del potere da cui Stalin emerse come nuovo capo.
Egli avviò la sua “rivoluzione dall’alto”, per raggiungere due obiettivi: l’industrializzazione e la gestione collettiva dell’agricoltura, allo scopo di cancellare ogni forma di capitalismo. Questo passaggio, che non trovava l’accordo della popolazione, si realizzò con la costruzione di un regime dittatoriale e di terrore che eliminava fisicamente i propri avversari politici. In questo periodo la Russia partecipò alle operazioni della Seconda guerra mondiale, uscendone come una delle principali potenze.

1953-1964 Nikita Krusciov
Dopo la morte di Stalin si scatenò una nuova lotta per il potere, dalla quale uscì vincitore Nikita Krusciov.
Per tutto il suo periodo al potere egli oscillò tra due opposte idee, quella di una radicale “destalinizzazione” (l’eliminazione del culto della personalità del capo del Pcus e dei vecchi metodi autocritici di governo) e quella della difesa del vecchio ordine. Fu rimosso nel 1964 da un blitz interno al partito, guidato da Leonid Brežnev.

1964-1982 Leonid Brežnev
La politica di Brežnev è valutata in modo positivo nella prima fase del suo lungo periodo di potere, poiché aveva portato un aumento del tenore di vita nel Paese e una crescita dei settori militare e industriale, mentre gli ultimi anni furono caratterizzati da una certa decadenza e da una profonda crisi del sistema agricolo sovietico.
La sua politica era basata su una revisione del marxismo e sull’idea che l’Unione Sovietica fosse lo Stato guida del comunismo con il diritto quindi di intervenire, anche militarmente, negli affari interni dei Paesi alleati.

1985-1991 Mikhail Gorbaciov
Il presidente Gorbaciov avviò importanti riforme politiche ed economiche, note con il termine di “perestrojka” (ricostruzione), che portarono progressivamente a un abbandono del sistema di gestione centralizzata dell’economia. Questo passaggio portò a un collasso economico-produttivo e a un allentamento delle pressioni sui Paesi socialisti dell’Est che determinò il disfacimento del blocco orientale. Il simbolo di questa disgregazione è il crollo del Muro di Berlino, del 1989. La gestione del potere da parte di Gorbaciov non trovò il favore dei vertici militari e dello Stato, che osteggiavano la politica di apertura da lui avviata, e questo portò a un tentativo di colpo di Stato nel 1991, a cui seguirono le dimissioni di Gorbaciov da presidente dell’Urss.

1991-1999 Boris Eltsin
Eltsin venne eletto nel 1991 presidente della nuova Russia, con le prime elezioni a suffragio universale.
La sua politica fu improntata ad accelerare il processo riformatore avviato da Gorbaciov, nonostante la Russia in quel periodo attraversasse una grave crisi politica e socio-economica, dovuta al passaggio da un’economia pianificata socialista a un’economia tendenzialmente di mercato e a ripetute crisi politicomilitari. Le sue precarie condizioni di salute e una pesante crisi finanziaria lo portarono nel 1999 a rassegnare le proprie dimissioni.

2000-oggi Vladimir Putin
È stato primo ministro della Federazione Russa fino al 2000 su nomina di Boris Eltsin, ed eletto presidente della Federazione Russa nel 2000 e nel 2004.
Poiché non poteva concorrere per un terzo mandato consecutivo, ha appoggiato la vittoria del suo successore Dimitri Medvedev che lo ha nominato primo ministro dal 2008 al 2012 e nel 2012 è stato eletto per la terza volta presidente russo.

Quinta puntata – 7 febbraio 2017

GLI STATI UNITI UNICA SUPERPOTENZA

La storia degli Usa nell’ultimo secolo è caratterizzata da una serie di successi militari, politici ed economici che li hanno resi, di fatto, l’unica vera superpotenza mondiale nel periodo a cavallo del secolo. Oggi la loro egemonia appare vulnerabile sotto diversi aspetti, ma gli Stati Uniti hanno in sé una serie di potenzialità che la renderanno protagonista mondiale ancora a lungo.

Presenza militare degli Stati Uniti nel mondo

Un’egemonia destinata a durare?
Quali possibilità restano quindi agli Stati Uniti di mantenere in futuro il loro status di “superpotenza solitaria”? Pur ammettendo che la Cina ha compiuto passi da gigante nell’affermare un proprio ruolo globale – tanto che molti prospettano una sorta di “duopolio” in un futuro non troppo lontano e un ribaltamento di ruoli entro la fine del secolo, e che la Russia non accetta di essere relegata a un ruolo subalterno, come rivela la determinazione a “mostrare i muscoli” esibita nelle crisi ucraina e siriana – gli Usa sembrano destinati a mantenere ancora a lungo la loro supremazia relativa. Il settimanale americano “Time”, ha indicato i cinque settori su cui si fonda questa superiorità. Malgrado l’enorme sviluppo dell’apparato produttivo cinese, che è diventato il primo al mondo secondo il Fondo monetario internazionale, l’economia Usa resta la più efficiente tra quelle dei Paesi sviluppati, sfidando le diagnosi negative che da quasi un decennio ne prevedono il declino. Pur mantenendo (e spesso accentuando) la loro leadership nei settori produttivi di punta (aerospaziale, mezzi di trasporto, informatica), gli Usa sono entrati più decisamente di tutti nell’era postindustriale, in cui informazione e innovazione sono la chiave della prosperità e della crescita. Non appare casuale che aziende leader come Microsoft, Netscape, Yahoo, Apple e Amazon siano nate e restino saldamente legate alla realtà americana: 8 tra le prime 12 imprese informatiche per fatturato sono statunitensi.

Questa posizione di avanguardia si traduce in un livello di vita altissimo (oltre 53mila dollari di reddito pro capite nel 2013, anche se distribuiti in modo molto ineguale, contro i soli 5.800 della Cina). Ciò permette di attirare i migliori “cervelli” mondiali (circa 47 milioni di americani, quasi il 15% della popolazione totale, provengono dall’estero), costituendo nel contempo un grande arricchimento culturale e un forte risparmio nei costi di istruzione. Gli Usa restano la potenza militare dominante: la loro spesa militare rappresenta il 35% del totale mondiale ed equivale a quella degli altri 10 Paesi che li seguono in tale classifica. E questa forza si traduce non solo in quantità, ma soprattutto in qualità: la loro produzione bellica è ai vertici in ogni settore per bontà del prodotto e per avanzamento della ricerca. La proiezione di potenza americana è planetaria, con 587 basi militari distribuite su una quarantina di Paesi stranieri.

L’innovazione è forse il principale punto forte del “sistema America”: il 30% di tutte le spese in ricerca e sviluppo mondiali sono effettuate negli Usa e le 9 principali imprese mondiali di high-tech hanno sede negli Usa.

Fatto spesso trascurato, ma che costituisce un fattore di enorme rilievo per la diffusione dell’influenza americana nel mondo, i finanziamenti in aiuti allo sviluppo per il 2016 sono ammontati a oltre 50 miliardi di dollari. Poco, forse, rispetto ai quasi 90 stanziati dalla Ue, ma il loro “rendimento” politico è infinitamente superiore.

Paolo Migliavacca

Sesta puntata – 14 febbraio 2017

L’ESPLOSIONE ECONOMICA DELLA CINA

La Cina è il Paese più popolato del pianeta. Per molti secoli fu un grande e potente impero, che ha conosciuto un progressivo periodo di declino a partire dall’inizio dell’Ottocento. La situazione economica e l’influenza internazionale cominciano a riprendersi dal 1949, anno di fondazione della Repubblica popolare cinese. I principali leader sono stati Mao Zedong e Deng Xiaoping.

L’attuale espansione dell’economia cinese non è certo una novità. Per secoli, fino all’inizio del XIX secolo, l’allora “Celeste impero” aveva surclassato l’Europa quanto a ricchezza prodotta, salvo implodere in una lunga crisi che da politica, complice l’asservimento alle potenze coloniali europee, si era fatta inevitabilmente economica. Fin dalla fondazione della Repubblica popolare (1949), la crescita e lo sviluppo sono stati al centro dell’attenzione nei programmi del Partito comunista cinese (Pcc). Il vero boom economico è però dovuto a uno dei leader più rilevanti della storia cinese recente: Deng Xiaoping, padrone di fatto del Pcc tra il 1978 e il 1992, chiamato anche il “Grande riformatore” per i cambiamenti radicali apportati alla struttura socio-produttiva cinese.

Un sistema ricco di contraddizioni
Il processo di riforme economiche avviato da Deng Xiaoping, se ha consentito al Paese una crescita straordinaria, ha però generato anche profondi squilibri, che stanno emergendo sotto forma di un rallentamento sempre più evidente del tasso di sviluppo. Un nodo-chiave, tuttora non risolto, è quello sociale, con l’aumento del divario di reddito tra città e campagne, esasperato da una normativa sulla residenza assai vincolante, la cui riforma è ferma da oltre un ventennio. La colonna vertebrale del balzo economico sono stati, infatti, gli oltre 200 milioni di migranti interni confluiti nelle città in cerca di lavoro. Essi, che costituiscono un terzo della popolazione attiva (in età da lavoro, cioè tra i 15 e i 64 anni), di fatto senza accesso alla sanità e all’istruzione, forniscono l’indispensabile manodopera a basso costo. Per loro, il miracolo cinese resta un’utopia e il loro crescente malcontento minaccia di diventare un problema politico impellente. Inoltre, la crescita accelerata si è basata troppo su investimenti finiti in settori improduttivi, generando debito pubblico, alti tassi di corruzione e inquinamento ambientale. Nel 2011 la Cina è diventata il primo produttore mondiale di CO2 e la contaminazione delle acque, lo smog nelle megalopoli e la desertificazione sono ormai fenomeni gravissimi. Tutte queste storture si sono concentrate in una “bolla immobiliare” costituita da intere città fantasma, prive di abitanti che non hanno un reddito sufficiente per permettersi di abitarle.

Le speranze circa un possibile ritorno dei tassi di sviluppo a due cifre sono pressoché nulle per due ragioni. La prima è che la delocalizzazione produttiva in Cina conviene sempre meno: aumentano le aziende straniere che chiudono i loro stabilimenti a Shenzhen o a Shanghai per riaprirli in Vietnam o in Indonesia, dove il costo del lavoro è inferiore. Chiudendo le fabbriche, cala la produzione manifatturiera, per 30 anni pilastro del miracolo di Pechino. La seconda è legata al profilo demografico del Paese, così com’è stato plasmato dalla trentennale politica del figlio unico. Quando le riforme di Deng aprirono la strada alla crescita, l’economia poteva avvalersi dell’aumento della forza lavoro garantito da un forte incremento demografico. Oggi, invece, la popolazione non cresce più. Anzi, entro un decennio, forse già nel 2020, comincerà a contrarsi. Quindi, tra non molto, su ogni singolo lavoratore cinese graveranno due genitori e quattro nonni. Poiché la demografia ha un peso cruciale nello sviluppo economico, nel caso della Cina diverrà un’enorme zavorra. […]

 Paolo Migliavacca

Settima puntata – 21 febbraio 2017

IL MEDIO ORIENTE

Dopo il Secondo conflitto mondiale si assiste a una crescente insofferenza dei Paesi arabi verso il controllo di Gran Bretagna e Francia. In questo clima di tensione si inseriscono due elementi destabilizzanti: la nascita dello Stato di Israele e il coinvolgimento della regione nella cosiddetta Guerra fredda tra le due principali potenze economiche e militari mondiali, Usa e Urss.

Paolo Migliavacca

Ottava puntata – 28 febbraio 2017

LA RIVALITÀ SENZA FINE TRA INDIA E PAKISTAN

La rivalità tra India (a maggioranza induista) e Pakistan (a maggioranza islamica) ha causato tensioni e conflitti tuttora irrisolti. Il principale alleato del Pakistan è la Cina, che è in contrasto con l’India perché entrambe rivendicano il possesso di una parte dei territori di confine. Sia India sia Pakistan sono dotati di armi nucleari, ma l’India vanta un Pil otto volte superiore che ha permesso maggiori investimenti in armamenti e l’avvio di un ambizioso programma spaziale.

Gemma principale dell’impero coloniale britannico, il British Raj perde parte del suo rilievo proprio con l’indipendenza, proclamata il 15 agosto 1947. Simultaneamente a essa, infatti, si formano due Stati, l’India, a maggioranza indù e di religione induista, e il Pakistan, di prevalente etnia punjabi e di religione islamica. La popolazione musulmana, concentrata lungo il fiume Indo e la foce del Gange, chiede infatti l’indipendenza per non essere soverchiata dagli induisti, dominanti in un rapporto di 6 a 1. La spartizione causa però una delle maggiori tragedie del XX secolo. Oltre 8 milioni di induisti e 7,5 milioni di musulmani (ma le stime restano molto incerte) lasciano rispettivamente il Pakistan e l’India (vedi l’immagine “La spartizione dell’India nel 1947”), determinando quasi un milione di morti sia per fame, sia per malattie (terribili le condizioni igieniche in cui avviene il duplice esodo), sia soprattutto per i veri e propri pogrom di cui sono vittime le masse in movimento mentre attraversano i territori a maggioranza ostile. Questo trauma iniziale non è stato mai superato, tanto da alimentare tensioni e rivalità politico-strategiche per la supremazia regionale ancora intatte. Il primo fattore di contrasto, tuttora irrisolto, riguarda la spartizione del Kashmir, Stato-chiave da un punto di vista strategicomilitare posto a cavallo del confine Nord, a netta maggioranza musulmana. Dopo un breve conflitto, il Kashmir è stato spartito tra i due Paesi, ma il Pakistan non si è rassegnato a questa situazione di fatto, alimentando un’attiva resistenza (o terrorismo, secondo i punti di vista) contro l’amministrazione indiana.

Guerre a ripetizione
L’accennata rivalità indo-pakistana è sfociata in tre brevi conflitti (1965, 1971 e 1999), tutti vinti di fatto dall’India (pur con variazioni territoriali minime). Il più rilevante è stato quello del 1971, con cui l’India – approfittando di una ribellione della parte Est del Pakistan, la cui popolazione si sentiva egemonizzata sul piano politico-economico dalla parte Ovest – ha attivamente sostenuto la secessione del Bangladesh, evitando così il pericolo di dover combattere su due fronti altre eventuali guerre.

Il più stretto alleato del Pakistan è da sempre la Cina: ciò appare logico considerando che il lungo confine sino-indiano è contestato da entrambi i Paesi frontalieri, i quali rivendicano parti rilevanti del territorio altrui, e che nel 1961 la Cina aveva condotto un attacco militare massiccio contro l’India nell’Assam. L’altro alleato chiave del Pakistan sono stati, almeno fino al decennio scorso, gli Stati Uniti, a lungo con la Cina i maggiori venditori di armi. La presenza Usa al fianco del Pakistan (singolare negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso per il concomitante appoggio cinese) si spiega soprattutto con il parallelo sostegno dell’Urss (e ora della Russia) all’India, di cui è da sempre il principale fornitore di armi. La rivalità indo-pakistana ha subìto un’involuzione pericolosa dopo che entrambi si sono dotati di armi nucleari (100 testate l’India e 110/120 il Pakistan), ufficialmente nella primavera del 1998, e di missili di portata intermedia (3-5.000 km): non soltanto l’intero territorio dei due Paesi ricade sotto la loro gittata, ma anche tutta l’Asia e parte dell’Europa orientale.
Sugli equilibri regionali influiscono inoltre altri fattori: la diversa “taglia” economica dei due Paesi, con un Pil indiano 8 volte superiore a quello pakistano, che consente quindi una spesa militare quasi similmente maggiore (circa 40 miliardi di dollari contro 7 nel 2014). E la capacità tecnologica sempre più sbilanciata a favore dell’India, che sta realizzando uno dei più ambiziosi programmi spaziali al mondo. L’Indian Space Research Organisation ha già lanciato con propri missili varie decine di satelliti, nel 2009 ne ha posto uno in orbita lunare e progetta di spedire astronauti in orbita terrestre entro il 2020. Ultimo elemento a favore di New Delhi, la crescente coincidenza di interessi (che in futuro potrebbe sfociare in una vera e propria alleanza formale) tra India e Usa, in funzione soprattutto anticinese. Nel luglio 2009 essa ha prodotto un accordo per la vendita di reattori nucleari civili e di armamenti americani che dà all’India lo status di potenza atomica e ne fa un pilastro della strategia di “containment” che gli Usa stanno potenziando per frenare la crescita politico-militare della Cina.

Paolo Migliavacca

La spartizione dell’India nel 1947

Nona puntata – 7 marzo 2017

L’AFRICA

Povertà nei Paesi africani
I Paesi più poveri del mondo sono tutti africani. La maggior parte della popolazione vive in condizioni di estrema povertà. Secondo la Banca mondiale è considerata estremamente povera una famiglia che vive con un reddito inferiore a 1,90 dollari al giorno (1,25 dollari fino al 2015). La povertà viene espressa attraverso un indicatore monetario, il Pil (Prodotto interno lordo), che esprime il livello di reddito pro capite o di ricchezza di un Paese. Tuttavia si ritiene che il Pil da solo non sia in grado di indicare il reale benessere di una nazione, per cui vengono presi in considerazione altri indicatori, non solo monetari, come l’Isu (Indice di sviluppo umano), che esamina tre parametri: il livello di scolarizzazione, la salute attraverso l’aspettativa di vita alla nascita e il Pil. 

La povertà in africa
Fonte: Banca mondiale, World Development Indicators 2015

L’Africa ha avviato un percorso di sviluppo e il Pil di alcuni Paesi, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, è in crescita del 4-5%. Le due nazioni più importanti sono il Sudafrica e la Nigeria.

Il petrolio e le risorse minerarie fanno dell’Africa un mercato attraente per nuove opportunità e nuovi investimenti.

Sudafrica e Nigeria, i due “big” del Continente
Guardando ai due maggiori Paesi, Sudafrica e Nigeria, il primo è il solo Stato africano membro del G20, ma il carisma del presidente Zuma all’estero non è quello di Nelson Mandela e la crescita del Pil è modesta […]. La Nigeria è lo Stato più popoloso dell’Africa con quasi 170 milioni di abitanti e ha il più alto Pil globale: poco meno di 600 miliardi di dollari. Nelle elezioni del marzo 2015 ha vinto l’ex presidente Muhammadu Buhari, che aveva già governato la Nigeria negli anni Ottanta, dopo un colpo di Stato militare. Buhari, musulmano e nato nel Nord nigeriano, ha preso molti voti anche nelle roccaforti cristiane del Sud, che hanno punito il presidente uscente Goodluck Jonathan per non essere riuscito a porre fine alle stragi di Boko Haram e alla dilagante corruzione.

Piero Fornara

Decima puntata – 14 marzo 2017

L’AMERICA LATINA

L’America Latina è un continente con una modesta influenza sugli equilibri politico-strategici globali, che attrae in particolare per le ingenti risorse di materie prime, minerarie e agricole. La conflittualità tra gli Stati è alta, anche a causa delle differenze culturali tra il Brasile, di tradizione portoghese, e i Paesi di tradizione spagnola.

L’odierna America Latina è quindi un continente con una modesta influenza sugli equilibri politico-strategici globali (solo il Brasile ha avuto qualche peso nello scorso decennio con le due presidenze di Inácio Lula da Silva, peraltro quasi svanito con i due mandati successivi di Dilma Rousseff) ed è oggetto d’interesse soltanto per le sue grandi risorse di materie prime, minerarie e agricole. Agli Usa, il cui interscambio con la regione nel 2013 era pari a 850 miliardi di dollari, si sta infatti affiancando decisamente la Cina, che quasi dal nulla è balzata a scambi per 290 miliardi. Seguendo il principio secondo cui i raggruppamenti economici sono le più efficaci alleanze geo-strategiche del XXI secolo, anche l’America Latina si è data un gran numero di organizzazioni volte all’integrazione economica o politica (almeno 14 quelle oggi attive), che si sovrappongono per compiti, confini geografici, finalità e, ovviamente, partecipanti.

La situazione latino-americana, malgrado i notevoli progressi economici realizzati, resta gravata da vari problemi di fondo. Il principale è senz’altro la produzione e il traffico di stupefacenti, quasi tutto costituito dalla coca, prodotta in gran parte (150mila tonnellate annue) in Perù e Bolivia e smerciata dai cartelli colombiani e messicani. La cocaina che se ne produce, il cui valore all’origine si calcola in 8/10 miliardi di dollari annui, sui mercati finali di consumo (quasi esclusivamente Usa ed Europa, che ne assorbono circa 300 tonnellate annue), è di almeno 25 miliardi. Il grande problema legato al narcotraffico è la violenza che esso genera, i cui indici raggiungono in Sud America i vertici mondiali. In Messico si registrano 30mila morti violente all’anno (di cui oltre metà imputabili ai cartelli del narcotraffico), ma altri Paesi, come Honduras, El Salvador e Venezuela, hanno tassi anche doppi di quello messicano. Gran parte delle grandi città latino-americane sono classificate fra le più violente e pericolose del mondo.

Paolo Migliavacca

Le principali modifiche dei confini e i contenziosi inter-statuali nell’Ottocento
Fonte: www.atlas.historique.net 12-2003

Undicesima puntata – 21 marzo 2017

L’ENERGIA

Chi possiede petrolio e gas?
Fonte: BP Statistical Review of World Energy, June 2015

Il sistema economico mondiale dispone di risorse energetiche adeguate per far fronte alle crescenti necessità produttive e di consumo di tutti i Paesi, in particolare di quelli emergenti? Queste risorse, per molti decenni, sono state rappresentate dal petrolio, prodotto ed esportato solo da alcuni Paesi nel mondo, i cui giacimenti e il loro sfruttamento sono stati spesso causa di gravi conflitti a livello internazionale. Tuttavia una nuova tecnica estrattiva, applicata soprattutto nel settore del gas (fracking), ha portato a un aumento della produzione mondiale cambiando così gli equilibri economici e la geopolitica del pianeta.

Maria Giovanna D’Amelio

Dodicesima puntata – 27 marzo 2017

L’acqua è un bene indispensabile per la sopravvivenza dell’uomo, ma nel corso del tempo è diventata sempre più scarsa. Essa non è equamente distribuita nel mondo e ciò spesso causa gravi conflitti interni e internazionali per il suo controllo.

Disponibilità d’acqua dolce nel mondo
Fonte: Fao

L’ORO BLU

La valenza geostrategica dell’acqua – altissima, benché la sensibilità mondiale sul tema sia ancora modesta – è legata alla sua crescente scarsità, che in alcune regioni del globo già ora è drammatica, ma che è destinata a un ulteriore aumento, specie nei continenti asiatico e africano. L’“oro blu”, com’è definito in analogia al petrolio, in teoria sembra abbondare sulla Terra. Essa dispone di 1.400 milioni di km3, ma, come mostra il grafico (Risorse idriche mondiali), gran parte è costituita da acque marine (97,5% del totale), mentre quelle dolci sono soltanto 35 milioni (il 2,5% del totale). Di questa quantità, poco più di 10 milioni si presentano sotto forma di acqua potabile teoricamente disponibile (il resto è di fatto “imprigionato” nelle calotte polari o nei ghiacciai montani) e, di tale massa, appena 9/10mila km3 sono realmente consumabili perché rinnovati con il ciclo evaporazione/piogge.

I consumi annui attuali, avviati verso i 4.500 km3, farebbero pensare a una certa ricchezza di risorse, ma pure sotto questo profilo la situazione non appare molto favorevole. Specie se si pensa che appena un decennio fa si consumavano 3.600 km3. Inoltre, il loro utilizzo è fortemente squilibrato: 400 km3 per usi domestici, 1.200 per usi industriali e ben 2.500 per usi agricoli.

 

 

Tredicesima puntata – 4 aprile 2017

L’ALIMENTAZIONE

 
La fame nel mondo

Le organizzazioni internazionali sono da tempo impegnate nel perseguire l’obiettivo della drastica riduzione della fame nel mondo, obiettivo che, tuttavia, non è ancora stato raggiunto, considerato che quasi 800 milioni di persone vivono con meno di 2 dollari al giorno. Sono le guerre, spesso, la causa dei problemi dell’alimentazione, e l’Africa sub-sahariana risulta la regione con la più alta denutrizione al mondo. È l’agricoltura, dunque, a essere in futuro il settore strategico per lo sviluppo dei Paesi più poveri.

A sud del Sahara è ancora emergenza fame

Questa edizione del rapporto analizza in particolare il problema della fame e i conflitti armati: in effetti, i livelli più bassi di sicurezza alimentare si riscontrano spesso nelle popolazioni coinvolte in conflitti armati o che da questi sono uscite recentemente. La stragrande maggioranza dei Paesi dove il livello della fame viene giudicato “grave” o peggio “allarmante” si trova nell’Africa sub-sahariana: al di fuori del Continente nero, in quest’ultima categoria figurano tre soli Paesi: Haiti, Afghanistan e Timor Est. Nel secondo decennio del XXI secolo non si può pertanto ritenere esaudito l’auspicio della “Libertà dal bisogno ovunque nel mondo”, che il presidente americano Franklin D. Roosevelt fece davanti al Congresso nel gennaio 1941, quasi alla vigilia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Il “discorso delle libertà” di Roosevelt darà comunque la spinta ideale per la nascita della Fao (avvenuta il 16 ottobre 1945), che nell’incipit dello Statuto definisce la povertà causa principale della fame e della malnutrizione.

L’agricoltura è destinata a essere in futuro un settore strategico e il controllo dei suoli fertili diventerà cruciale per lo sviluppo. Da qualche anno Paesi avanzati economicamente ma con scarsità di aree coltivabili, multinazionali agricole e gruppi finanziari hanno acquisito o affittato milioni di ettari di terra in varie parti del mondo, dando vita a un fenomeno detto “land grabbing” (con riferimento al colonialismo) oppure in modo più neutro “land rush” o “land deals”. Si calcola che siano già stati oggetto di negoziazione nel mondo dai 60 agli 80 milioni di ettari, di cui oltre i due terzi nell’Africa sub-sahariana.

Piero Fornara

 

 

Quattordicesima puntata – 11 aprile 2017

I FLUSSI MIGRATORI

Quanti sono gli immigrati che ogni anno si muovono dal loro Paese per andare a vivere in qualche altro posto nel mondo? E quali motivazioni li spingono ad affrontare viaggi molto pericolosi in cui spesso rischiano la propria vita e quella dei loro figli? La causa principale è da ricercare nei vari conflitti presenti nel mondo, soprattutto in Africa, Medio Oriente e Ucraina.

Flussi migratori nel Mar Mediterraneo
(Fonte: http://data.unhcr.org/mediterranean/regional.php)

Un popolo in fuga dalla guerra in Siria

A livello globale la Siria è il Paese da cui ha origine il maggior numero sia di sfollati interni (7,6 milioni) sia di rifugiati (3.880.000 alla fine del 2014). Afghanistan (2.590.000) e Somalia (1,1 milioni) sono al secondo e al terzo posto di questa poco esaltante classifica. La distribuzione globale dei rifugiati resta fortemente sbilanciata verso le nazioni più povere, mentre le più ricche sono interessate in misura inferiore. Più di un quarto di tutti i rifugiati si trovano nei Paesi classificati nella lista delle “nazioni meno avanzate” compilata dalle Nazioni Unite, anche se nel 2014 le domande d’asilo nell’area Ocse sono aumentate del 46 per cento.

Secondo Frontex, l’agenzia europea di sorveglianza delle frontiere, il numero dei migranti della riva Sud nel Mediterraneo nel 2015 ha superato il milione. Ondate di profughi hanno cominciato ad arrivare via mare in Italia dalla “quarta sponda” della Libia, dopo il crollo del regime di Gheddafi e la sua spietata uccisione (ottobre 2011), rischiando persino la vita nella traversata. Nell’ottobre 2013 presso Lampedusa si è verificata una vera ecatombe per l’incendio di un barcone davanti all’isola: le vittime recuperate sono un centinaio, altri duecento (forse) i morti in fondo al mare. Un’altra strage si registra nell’aprile 2015 per un barcone che si rovescia nel Canale di Sicilia: circa 400 gli annegati. Ma abbiamo citato soltanto le due tragedie numericamente più grandi.

Nella guerra in Libia del 2011 la responsabilità della Francia di Sarkozy (ma anche della Gran Bretagna di Cameron) è stata quella di bombardare il Paese senza capire fino in fondo la sua complessità. «La Libia di Gheddafi era un Paese unitariamente fragile con un’enorme influenza politica delle tribù – ha dichiarato in un’intervista al “Sole 24 Ore” Romano Prodi, già inviato speciale dell’Onu per il Sahel ed ex Presidente del Consiglio e della Commissione europea –. L’errore è stato non riflettere abbastanza sul cosa sarebbe potuto accadere dopo; l’Italia in Libia si è lasciata trascinare in una guerra contro se stessa». Gheddafi, secondo Prodi, pur essendo un dittatore era il male minore.

Sul finire dell’estate 2015 i migranti hanno cambiato rotta e partendo dalle isole greche dell’Egeo – ha fatto il giro del mondo la foto scioccante del bambino con la maglietta rossa, annegato come il fratellino e la mamma non lontano dalla spiaggia di Kos – hanno cominciato a risalire verso il centro Europa lungo la via balcanica, disorientando i governi della Ue, impreparati a dare una risposta efficace ai flussi migratori. Ma i bambini continuano a morire. Unicef e Fondazione Migrantes parlano di “strage degli innocenti” nel Mar Mediterraneo: più di 700 sarebbero infatti i bambini morti nell’ultimo anno. Per il governo italiano è arrivato anche il richiamo della Commissione Ue per la mancata identificazione dei migranti e per il ritardo nell’apertura dei centri di accoglienza (hotspot): Bruxelles ha infatti aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia (oltre che contro la Grecia e la Croazia) per aver fatto passare i profughi senza registrarli con il sistema delle impronte digitali (fingerprinting). Tra luglio e novembre 2015 sono arrivati sulle coste italiane 65mila migranti, ma solo di 29mila sono stati trasmessi i dati al sistema Eurodac: c’è il sospetto che si cerchi di aggirare la normativa europea, in base alla quale l’accoglienza è responsabilità del Paese di primo approdo.

Nel vertice Ue-Africa dell’11 e 12 novembre 2015 a Malta l’Europa ha cercato di varare una strategia comune, superando l’attuale sistema basato su dialoghi bilaterali con i singoli Paesi di provenienza o transito. I governi europei hanno previsto di finanziare l’Africa Trust Fund con 3,6 miliardi di euro: la metà di queste risorse è stata ricavata dal bilancio comunitario, ma l’altra metà rimane un’incognita, perché i 28 Paesi Ue si sono realmente impegnati a versare solo il 5% della loro quota. Anche la già annunciata redistribuzione dei 160mila rifugiati nell’Unione non funziona: «A questo ritmo – ha dichiarato con sarcasmo il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker a Malta – arriveremo all’obiettivo nell’anno 2101». Quasi dovunque in Europa si chiudono le frontiere e si alzano muri o reticolati. E il Trattato di Schengen – la libertà di viaggiare senza controlli dentro i confini dei Paesi firmatari – è a rischio.

Piero Fornara

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