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L’incipit e l’explicit

L’inizio e la fine sono tra i momenti più importanti di un racconto e di un romanzo perché delimitano i confini della storia, fornendo informazioni preziose sul suo contesto e sul suo significato. Non a caso ricordiamo tutti l’incipit del primo capitolo dei Promessi sposi («Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno…»), simile al movimento di una cinepresa che inquadra prima il lago, poi le sue coste e golfi, quindi una strada di campagna e infine don Abbondio; oppure l’ultima frase del Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, una riflessione malinconica che riguarda non solo i personaggi del romanzo, ma la condizione umana: «Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato».

L’incipit di un libro equivale al frame iniziale di un film, o alle prime note di un brano musicale. Ci trasporta fuori dal mondo reale per calarci in quello inventato dalla scrittrice o dallo scrittore; ci presenta i personaggi e l’ambientazione; mette in movimento la trama; definisce lo stile e il tono del testo, gettando le basi di quel “patto narrativo” su cui si basano il coinvolgimento e la fiducia di lettori e lettrici. Analogamente, l’explicit è un momento chiave perché suggella la storia e, a seconda del tipo di finale (chiuso o aperto, lieto o tragico, secco oppure ambiguo), ci trasmette un’emozione e un’idea di ciò che l’autore o l’autrice ha voluto comunicarci.

Come cominciare una storia

Nel suo libro Incipit. 2001 modi per iniziare un romanzo, lo scrittore e giornalista Giacomo Papi scrive che si possono distinguere tre tipologie di inizio

  • Azione (o in medias res): l’incipit ci catapulta dentro l’azione, senza preamboli o dichiarazioni preliminari da parte del narratore. «Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia sorella che urlava». Comincia così Io non ho paura di Niccolò Ammaniti, descrivendo la corsa in bici di un gruppo di ragazzini, senza fornire altre informazioni su di loro, né sul luogo o sull’epoca in cui la vicenda è ambientata. L’attacco in medias res funziona perché aggancia la curiosità di chi legge: proprio perché non conosce i personaggi in campo e non ha tutte le informazioni necessarie a capire in che situazione si trovino, lettori e lettrici sono spinti a proseguire nella lettura per saperne di più. Questo tipo di inizio è particolarmente diffuso al giorno d’oggi, in cui digitalizzazione e social media competono senza sosta per la nostra attenzione. In un contesto tanto affollato di stimoli e di informazioni, agganciare la curiosità di chi legge fin dalle prime righe è fondamentale. Per questo motivo Elmore Leonard, celebre scrittore americano, nella prima delle sue dieci regole di scrittura afferma: «Mai cominciare un libro parlando del tempo atmosferico. […] Il lettore salterebbe le pagine per andare in cerca di esseri umani».
    Un caso particolare di inizio in medias res è quello che anticipa un fatto o evento (solitamente drammatico o comunque carico di risonanze emotive) che avverrà in un punto avanzato della trama. In narratologia, questa tecnica è chiamata prolessi e si trova, per esempio, all’inizio di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez: «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio».
  • Attestazione (o testimonianza): il romanzo comincia stabilendo le credenziali, per così dire, del narratore, così da “garantire” la credibilità del racconto e rinserrare il patto con chi legge. Chi narra può essere il protagonista o un testimone diretto dei fatti che si accinge a narrare, oppure aver ascoltato e trascritto la storia riferitagli da qualcun altro, o ancora prepararsi a raccontare le vicende apprese dalla lettura di un diario o di un manoscritto. Appartiene a questa tipologia l’incipit di uno dei romanzi d’avventura più famosi di sempre, L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson: «Poiché l’illustrissimo signor Trelawney, il dottor Livesey e gli altri gentiluomini mi hanno chiesto di redigere la storia dell’Isola del Tesoro con ogni dettaglio e dal principio alla fine, senza omettere nulla fuorché le coordinate dell’isola, perché una parte del tesoro è ancora là, prendo la penna nell’anno di grazia 17…».
  • Individuazione: la terza tipologia di incipit segue una traiettoria che si muove dal generale al particolare, come nello zoom in cinematografico, dove l’inquadratura si restringe progressivamente fino a focalizzarsi su un volto o un dettaglio. Il termine “individuazione”, infatti, rimanda all’atto di distinguere o estrapolare una persona o una cosa dal contesto in cui è inserita, per farne emergere la specificità e l’unicità. Molti romanzi dell’Ottocento, ad esempio, cominciano con il presentare un personaggio (non di rado il o la protagonista) e/o con il definire l’ambientazione, passando dalla descrizione dell’area o della città in cui la vicenda si svolge a quella del luogo specifico in cui il personaggio si trova (è il caso del già citato incipit del primo capitolo dei Promessi sposi). Un altro esempio di individuazione si trova nel celebre incipit di Anna Karenina di Tolstoj: «Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». In questo caso l’autore parte da un’affermazione di valore generale per poi “stringere l’inquadratura” sulla famiglia e sulla vicenda specifica che gli interessa narrare.

Come finire una storia

Se l’incipit è importante per “acchiappare” chi legge e mettere in moto la trama, così il finale è decisivo per dare una conclusione alle vicende, sciogliendo i fili narrativi aperti nel corso del romanzo, e per definire il significato dell’opera, offrendo una chiave di lettura degli eventi. Nel finale la storia e i suoi personaggi si congedano da lettori e lettrici, lasciando in lui o lei un’emozione (stupore, commozione, amarezza) che perdura dopo la fine della lettura. Vediamone alcune tipologie.

  • Finale chiuso: un finale si dice “chiuso” se dà una conclusione chiara e definitiva alla storia, portando a compimento l’arco narrativo dei personaggi e sciogliendo tutti i nodi senza lasciare dubbi o questioni irrisolte. Il finale chiuso è tipico della narrativa di genere: nel poliziesco il colpevole viene assicurato alla giustizia; nel romance i due innamorati riescono a stare insieme malgrado le difficoltà; nel fantasy l’eroina o l’eroe trionfa sui propri avversari. 
  • Finale aperto: il finale “aperto” si ferma un attimo prima dello scioglimento, lasciando chi legge incerto sulle sorti del personaggio o sul significato degli eventi. Al termine di Una questione privata, il romanzo di Beppe Fenoglio ambientato durante la Resistenza, il giovane partigiano Milton cade nel mezzo di un bosco cercando di sfuggire ai fascisti e chi legge è portato a interrogarsi circa la sua sopravvivenza: «Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò».
  • Finale lieto: il finale è lieto quando i personaggi riescono a superare le difficoltà e a ottenere ciò che desiderano. Alla fine dei Promessi sposi, Renzo e Lucia possono finalmente unirsi in matrimonio; nei romanzi di Charles Dickens – Oliver Twist, David Copperfield – i protagonisti sono spesso orfani che, dopo un’infanzia segnata da miseria e soprusi, si riscattano conquistando una nuova posizione all’interno della società. 
  • Finale tragico: nel finale tragico l’eroe e/o l’eroina soccombe alle avversità, spesso giungendo a perdere la vita. L’impatto di questo tipo di finale è così forte da definire uno dei generi letterari più antichi – la tragedia, appunto, che si caratterizza per il suo esito infausto (contrapposto alla commedia, in cui lo scioglimento è felice).
    Esistono anche finali né lieti né tragici, storie in cui al termine della vicenda nulla di sostanziale è cambiato nella condizione (soprattutto interiore: psicologica ed emotiva) del protagonista. Questo tipo di finale è proprio di quella narrativa che mostra personaggi alle prese con vite ordinarie, scialbe o deprimenti, senza colpi di scena né prospettive di cambiamento. Un anticipatore di questa tendenza – destinata ad affermarsi a partire dal Novecento – è stato lo scrittore russo Anton Čechov, i cui racconti terminano spesso in un nulla di fatto: i personaggi viaggiano, s’incontrano, si parlano, ma ciascuno torna poi alla propria vita senza mutamenti apprezzabili, lasciandoci con un senso di incompiutezza e precarietà.
  • Finale a sorpresa: alla fine della storia l’autrice o l’autore può inserire un colpo di scena che ribalta le convinzioni di chi legge. È il finale a sorpresa, come quello del racconto di fantascienza Sentinella di Fredric Brown: protagonista è un soldato inviato su un pianeta lontano per combattere contro una razza aliena. Solo nell’ultima frase capiamo che il protagonista è in realtà un extraterrestre e che il “mostro” che ha appena ucciso è un essere umano, proprio come noi: «Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, la pelle d’un bianco nauseante, e senza squame».

Una trama circolare: l’eterno ritorno dell’inizio

A volte incipit ed explicit possono coincidere: la narrazione inizia dal finale, per poi dare spazio agli eventi che hanno condotto i personaggi fino a quel punto. Lo scioglimento “chiude il cerchio”, riproponendo o portando a compimento la sequenza iniziale, cioè il finale, in modo che chi legge, forte di quanto appreso nel corso della narrazione, possa farne esperienza sotto una nuova luce. Un esempio è il romanzo per ragazzi The Outsiders. I ragazzi della 56° strada della scrittrice americana Susan Eloise Hinton. La storia racconta le peripezie di un adolescente, Ponyboy Curtis, dei suoi fratelli e del loro gruppo di amici, i Greasers. Nel finale Ponyboy si accinge a raccontare gli eventi vissuti e l’ultima frase – la prima messa per iscritto dal protagonista – non è altro che l’incipit del romanzo: «Quando sono uscito alla luce forte del sole dal buio del cinema avevo solo due cose in testa: Paul Newman e un passaggio fino a casa…».

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