Il legame indissolubile tra guerra di Liberazione e Costituzione
Le istituzioni della neonata Repubblica italiana impiegarono un po’ di tempo a riconoscersi nel 25 aprile. La giornata festiva era stata voluta dal governo presieduto da Alcide De Gasperi a pochi giorni dal primo anniversario, e nel 1946 fu molto commovente e improvvisata: vi parteciparono reduci, partigiani, semplici cittadini e cittadine che avevano ancora ben impressi nella memoria gli orrori della guerra e dell’occupazione nazifascista; non mancarono i momenti di raccoglimento religioso per i caduti. Il tono “militare”, inevitabile a poca distanza dal conflitto, fu quello prevalente negli anni successivi alla sua conclusione; seguì poi il tono istituzionale e ufficiale, in una Repubblica ancora in bilico fra la continuità con l’Italia “di prima” e gli impulsi alla rottura e al rinnovamento.
Fece scalpore, nel 1955, il celebre testo di Piero Calamandrei che si chiedeva dove fosse nata la nostra Carta fondamentale: «La Costituzione italiana potrà riprendere la sua strada verso una democrazia sempre più piena e diventare una realtà politica, se le nuove generazioni sentiranno il dovere di andare in pellegrinaggio col loro pensiero riconoscente in tutti i luoghi di lotta e di dolore dove i fratelli sono caduti per restituire a tutti i cittadini italiani dignità e libertà. Nelle montagne della guerra partigiana, nelle carceri dove furono torturati, nei campi di concentramento dove furono impiccati, nei deserti o nelle steppe dove caddero combattendo, ovunque un italiano ha sofferto e versato il suo sangue per colpa del fascismo, ivi è nata la nostra Costituzione» (La Costituzione e le leggi per attuarla, in AA.VV., Dieci anni dopo. 1945-1955. Saggi sulla vita democratica italiana, Laterza, Bari 1955). Calamandrei saldava così idealmente il 25 aprile 1945 al 2 giugno 1946, quando si era votato per l’Assemblea costituente: il prodotto più vitale e permanente della guerra di Liberazione era dunque stata la Costituzione.
Da rito istituzionale a coscienza collettiva
Se la relazione fra le due date era chiara al mondo della politica e a quello degli intellettuali, occorse invece ancora un decennio perché si affermasse completamente nell’opinione pubblica. L’anniversario del ventennale della Liberazione venne celebrato con iniziative importanti (convegni, monumenti, musei, emissioni filateliche) solo nel 1965, durante la presidenza della Repubblica del socialista e antifascista Giuseppe Saragat e la presidenza del Consiglio del democristiano Aldo Moro, già giovane membro dell’Assemblea costituente. Di lì a poco sarebbe stata avviata la stagione degli Istituti storici della Resistenza, centri territoriali di raccolta di documenti e materiali, e luoghi deputati alla divulgazione e all’interpretazione storica.
Le misure per preservare in forma sempre meglio organizzata la memoria datano quindi agli anni Sessanta, e non a caso. Il decennio si era infatti aperto con il processo (aprile-dicembre 1961), in Israele, al criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, uno dei principali responsabili della deportazione degli ebrei di tutta l’Europa durante la Shoah, e con la valorizzazione, in aula, di circa 100 testimoni, la maggior parte dei quali sopravvissuti allo sterminio. E la vicenda della Resistenza italiana era strettamente collegata con i rastrellamenti, la cattura e la deportazione degli ebrei nel nostro paese. L’episodio del massacro delle Fosse Ardeatine a Roma, il 24 marzo 1944, aveva visto l’eliminazione tanto di famiglie israelite italiane incarcerate dai servizi di sicurezza delle SS, quanto di antifascisti impegnati attivamente nella lotta nell’area della capitale.
La memoria della Resistenza
La comprensione del fenomeno della Resistenza nella sua complessità è cresciuta nel tempo, andando oltre la storia, pur importante, delle brigate e dei protagonisti militari, oltre l’affiliazione a una prospettiva ideologica, per calarsi anche nella quotidianità della vita di donne, uomini, giovani coscritti, sacerdoti, soldati chiamati a compiere una scelta morale nei campi di prigionia, comunità rurali soggette alla predazione e al saccheggio, e tanto altro. Il riflesso pubblico di infinite scelte private imposte dall’incalzare della guerra, segnate dal confronto inevitabile con valori “assoluti” – come la Libertà, la Fedeltà, l’Onore, la Patria – ha tessuto una trama fitta di racconti, spesso frammentari, che sono stati custoditi dalle famiglie o che sono stati tramandati sotto forma di testi, interviste, documentari.
Oggi questo patrimonio ha dato vita a un archivio della memoria collettiva, che a sua volta ha prodotto e produce narrazioni di diversa natura, per effetto dell’impatto sulle generazioni che sono venute dopo. C’è quindi una componente antropologica e culturale che cresce sul tronco della base prima memoriale, poi storica, e che ci aiuta a ricostruire giorno dopo giorno il senso del nostro vivere civile. Se i rituali ufficiali ci paiono oggi un poco stanchi e legati alla retorica istituzionale (tutte le istituzioni elaborano infatti retoriche, a qualunque latitudine, per commuovere e per confermare i valori di cui sono portatrici), nulla toglie che le generazioni più recenti abbiano la possibilità, se lo vogliono, di scalare questo monumento fatto di carte, immagini, oggetti, corpi, tombe e paesaggi, a modo loro. Anzi, sarebbe un bene per tutti che lo facessero. E se noi adulti potessimo alla fine stupircene, restando a bocca aperta per la meraviglia, sarebbe ancora meglio.
Per approfondire
Nel capitolo dedicato alla Seconda guerra mondiale del manuale Non c’è futuro senza memoria di Roberto Balzani, l’approfondimento “Per ragionare sulla storia. Giornate da ricordare, tra storia e memoria – 25 aprile 1945”.