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Che Storia! | Piovra-mania: storia di un’ossessione collettiva

di  Roberto Balzani

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Dalla scienza alla letteratura

Diversi animali hanno avuto dignità letteraria, ma pochi debbono addirittura il loro nome alla fortuna di un romanzo. È questo il caso della piovra, ovvero del polpo gigante: Victor Hugo lo inserisce infatti nel romanzo I lavoratori del mare (Les travailleurs de la mer) del 1866, mentre Jules Verne, alludendo alla denominazione di “calamaro”, lo chiama in causa nella celebre opera Ventimila leghe sotto i mari, quattro anni più tardi. Prima di quest’epoca, il termine “piovra” era usato solo localmente lungo la costa della Normandia; dopo di allora, diventa universale e viene tradotto in diverse lingue, italiano compreso.

Non è però solo una questione di sinonimi. Oltre che per le dimensioni, la piovra si differenzia dal polpo per la cattiveria: siamo infatti di fronte a un essere malvagio, astuto, insinuante, subdolo. Nell’antichità, al polpo di dimensioni ipertrofiche non erano state attribuite intenzioni pericolose; e ancora nel Cinquecento lo scienziato bolognese Ulisse Aldrovandi, raccogliendo fonti classiche e bibliografia, ne aveva tratteggiato un profilo tutto sommato neutro. L’immagine di un mostro marino capace di avvolgere con i suoi tentacoli intere navi e di portarle con sé negli abissi si sviluppò fra il XVII e il XVIII secolo, in particolare nell’Europa del Nord. Il kraken, come fu allora definito, non era mai stato individuato e studiato; però il fatto che esistesse era ferma convinzione di uno zoologo francese del primo Ottocento, Pierre Denys de Montfort, che proprio su questo essere vivente, secondo lui plausibile ma non accertato, si giocò la reputazione di ricercatore. 

Qui siamo però ancora nell’ambito della scienza o della pseudo-scienza. Il primo contatto fisico in senso moderno con la creatura avvenne casualmente solo il 30 novembre 1861, quando un vapore francese, l’Alecton, in navigazione fra Madera e Tenerife, aveva avvicinato un calamaro o polpo enorme, della lunghezza fra i 15 e i 18 piedi (quindi fra i 5 e i 6 metri), dotato di tentacoli lunghi 5 o 6 piedi. Il comandante aveva cercato di arpionarlo per catturarlo, ma tutto ciò che era riuscito a recuperare era stato un brandello di carne. La descrizione dei tentacoli, delle ventose, del becco simile a quello del pappagallo, dei colori era però stata per la prima volta accurata e documentata. Si sarebbe potuto credere che con quella avventura si fosse giunti al termine dell’annosa discussione sulla reale natura dell’animale. E invece, trascorsi appena cinque anni, ecco riapparire il polpo nel sopra citato romanzo di Hugo, questa volta portato sul piano letterario e trasformato nell’incarnazione del male.

La piovra: dalla realtà all’immaginario

Il polpo cattivo nacque dunque mentre si spegnevano gli ultimi fuochi dell’età romantica. Sarebbe stato proprio il già citato Victor Hugo a descriverne l’olotipo (ossia l’esemplare grazie al quale viene definita per la prima volta una specie) nelle sue pagine, ma la piovra da allora visse di vita propria. Ne raccontò la vicenda l’intellettuale francese Roger Caillois (La pieuvre. Essai sur la logique de l’imaginaire, 1973), che era affascinato dall’idea di studiare il passaggio dal reale all’immaginario, affermato anche attraverso il cambio di denominazione da polpo a piovra. La piovra di Hugo non era affatto gigantesca, ma era tenace e letale: «La piovra – aveva scritto nei Lavoratori del mare – è come l’ipocrita: non le si presta attenzione. Bruscamente, si apre. Una vischiosità che ha una volontà; che cosa c’è di più spaventevole? Un vischio impastato di odio!».

Se i romanzi di Hugo e Verne avevano generato, fino ai primi anni Settanta dell’Ottocento, un’autentica piovra-mania rilevata dai giornali, dalla moda, da eventi performativi ed espositivi, dopo erano stati altri processi a prevalere. La cultura di massa aveva rapidamente adottato il polpo gigante e lo aveva reso rappresentazione dei suoi incubi peggiori: le tasse dello Stato-piovra, le donne-piovra, la piovra dei magnati della finanza, la città tentacolare, la Russia, la massoneria, il complotto ebraico, la mafia, e tanto altro ancora, perfino il Covid-19, giungendo fino a oggi.

Caillois aveva registrato il successo della piovra nella mentalità collettiva di fine Ottocento attraverso selezionate e splendide citazioni. L’animale fu utilizzato in senso allegorico già nel 1866; negli anni Settanta, nelle mappe comico-satiriche dell’Europa tipiche dell’epoca, sostituì l’orso russo nello zoo degli esseri più temibili; si diffuse velocemente nei testi colti, nella letteratura popolare, nei modi di dire.

Analizzare la mentalità collettiva attraverso l’Intelligenza artificiale

Fino a tempi recenti, se era noto l’uso metaforico e allegorico virale della piovra – anche perché una galleria stipata di immagini lo documentava –, non c’erano ricerche sui canali di diffusione, del tutto indipendenti dagli illustri “creatori” Hugo e Verne. Oggi, però, un’unità di ricerca del CINECA (il Consorzio interuniversitario per la ricerca informatica) di Bologna, guidata da Antonella Guidazzoli, sta cercando di recuperare i percorsi attraverso cui la piovra divenne la piovra che conosciamo attraverso l’applicazione dell’Intelligenza artificiale ai quotidiani dell’epoca, riprodotti e metadatati grazie al Piano nazionale di digitalizzazione. Questo progetto è mosso non da pura curiosità, né dalla volontà di completare l’insuperabile saggio di Roger Caillois, ma dalla volontà di analizzare una “cosa” la cui “parola” è divenuta così adesiva alla mentalità collettiva dell’opinione pubblica moderna da subire continui adattamenti e trasformazioni, apparentemente involontari, sulla base di semplici associazioni di idee. Con la conseguenza che il “bestiario” della piovra, gigante o meno, è andato via arricchendosi di varianti in tutto il pianeta. Ma la comprensione del quando, del come e, forse, del perché ciò sia avvenuto e continui ad avvenire, senza il processamento di una quantità enorme di dati tratti dalla stampa quotidiana, non può che rimanere oscura: di qui l’idea di saldare un tema tipicamente umanistico e una tecnologia d’avanguardia (l’AI). Sentiremo dunque ancora parlare a lungo della piovra.

 

Mappa comico-satirica del 1877 che rappresenta la Russia come piovra gigante aggressiva e pericolosa per l’Europa. Un ventennio prima si sarebbe utilizzato il classico orso.

Nel 1917 è la Germania ad essere, agli occhi dei francesi, la piovra d’Europa. “La guerra è l’industria Nazionale della Prussia”, recita il titolo della carta satirica.

Una celebre immagine satirica contro il monopolio della Standard Oil di John D. Rockefeller, risalente al 1906. La Standard Oil fu costretta a smembrarsi nel 1911, sulla base della legge antitrust statunitense del 1890.