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Che storia! | Restituire l’identità delle vittime di stragi di guerra: l’eccidio delle fosse Ardeatine e il Museo storico della Liberazione di Roma

di  Roberto Balzani

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Dall’occultamento all’identificazione delle vittime

Quando avviene una strage, i perpetratori di norma cercano di cancellarne le tracce. Lo fanno distruggendo i cadaveri delle vittime, seppellendoli, rendendoli irriconoscibili. Così accadde il 24 marzo 1944 quando a Roma, presso le cave Ardeatine, furono assassinate 335 persone, detenute nelle carceri nazifasciste o rastrellate sul momento per reagire all’azione partigiana che, il giorno prima, aveva ucciso 33 soldati tedeschi in transito in via Rasella. Non fu richiesto ai responsabili di consegnarsi, la reazione avvenne nella massima riservatezza. Il tenente colonnello Herbert Kappler, che guidava il Servizio di sicurezza delle SS nella capitale, fu incaricato di selezionare rapidamente gli individui da eliminare nel giro di poche ore. Furono scelti politici, ebrei, prigionieri, militari, oltre a persone comuni e ad alcuni reclusi per reati comuni, tutti uomini. Fu data sommariamente notizia della strage, scrivendo sui giornali che «l’ordine era già stato eseguito».

Trascorsero i mesi. Il 4 giugno 1944, la V Armata americana liberò Roma. Comitati spontanei di donne che da tempo non avevano più notizie dei propri congiunti si rivolsero alle autorità alleate perché si scavasse alle fosse Ardeatine. In estate, grazie alla collaborazione fra medici e funzionari di polizia, fu approntato un vero e proprio cantiere da cui riemerse un’enorme quantità di resti umani.

In un primo tempo si ritenne che sarebbe stato possibile identificare i corpi attraverso le fotografie o grazie al riconoscimento dei loro cari. In realtà non fu così facile: benché fossero trascorsi soltanto pochi mesi, lo stato di decomposizione dei cadaveri era assai avanzato. Tuttavia, si pensò che per dare un nome a quei corpi si potessero usare gli oggetti, ossia le poche, povere, semplici “cose” che quegli uomini avevano con sé nelle loro tasche, in bocca, al polso nel momento in cui furono uccisi. Fu necessaria una vera e propria indagine, condotta con l’aiuto delle famiglie dei caduti, ma all’inizio dell’autunno 320 di essi avevano ritrovato il loro nome.

Le fosse Ardeatine: una “Pompei della Resistenza”

Gli oggetti che erano serviti a restituire l’identità delle vittime tornarono agli eredi i quali, con il passare del tempo, cominciarono a donarli al Museo storico della Liberazione di Roma, istituito in via Tasso 145, proprio nel palazzo in cui Kappler aveva posto il suo quartier generale e le sue camere di tortura. Gli oggetti rimasti presso le famiglie sono invece considerati alla stregua di reliquie laiche, che vengono passate di generazione in generazione.

In Italia non c’è nessun altro luogo consacrato alla Seconda guerra mondiale in cui siano conservati tanti beni appartenuti a persone accomunate dalla data di morte. Le Ardeatine sono dunque una sorta di “Pompei della Resistenza”: come a Pompei, da un imponente scavo sono emersi resti preziosi; come a Pompei, la maggior parte di questi resti sono frammenti della vita di tutti i giorni che non erano certamente pensati per trasferire la memoria.

Consideriamo ora alcune di queste testimonianze, a partire da quelle relative al colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.

 

Si tratta di brandelli di tessuto di qualità, che poteva possedere solo un individuo del suo rango, e poi c’è una bandiera bianca, quasi un fazzoletto, che era stata sventolata quando, nel settembre 1943, ciò che restava del Regio esercito italiano aveva cercato di opporsi ai tedeschi scesi a occupare la capitale dopo l’armistizio. Nei mesi successivi, Montezemolo aveva dato vita al Fronte militare clandestino, che era stato un’anima della Resistenza romana, ma era poi incappato nella trama del Servizio di sicurezza nazista, e non aveva avuto scampo.

Un’altra interessantissima testimonianza non propriamente legata alla prigione di via Tasso, ma più in generale alla Resistenza italiana, è il cosiddetto “pane” del tenente Ignazio Vian.

 

Vian venne ucciso nel 1944 a Torino, ma prima di morire aveva inciso con una forchetta sulla crosta di un panino le parole “coraggio mamma”. E quel panino riuscì incredibilmente a raggiungere Roma, dove risiedevano i genitori dello sfortunato patriota, che in seguito ne fecero dono al Museo e oggi ne rappresenta uno dei pezzi più importanti.

La “voce” delle cose: un nuovo metodo storico

Consideriamo ancora la ninna nanna scritta da don Giuseppe Morosini nel carcere di Regina Coeli per fare coraggio a Epimenio Liberi, un giovane la cui moglie, a casa, aspettava un bambino, un bambino che non sarebbe mai nato. Liberi venne fucilato alle fosse Ardeatine, don Morosini pochi giorni dopo a forte Bravetta, sempre a Roma.

Consideriamo i lacci con cui furono legati i polsi dei condannati prima di essere uccisi. Consideriamo gli orologi con il vetro infranto e le lancette ferme al momento dello sparo dei soldati tedeschi. Consideriamo gli occhiali dei professori. Consideriamo le bandiere dei militari. Consideriamo i fogli dei resistenti comunisti, azionisti, socialisti. Consideriamo le federe dentro le quali erano nascosti piccoli messaggi o le dichiarazioni patriottiche incise sui muri delle celle di segregazione, in italiano, in latino, in greco antico, in inglese. 

Che cosa avevano in mente questi prigionieri? A che cosa pensavano nel buio? Che cosa riuscivano a comunicare? Il Museo storico della Liberazione di via Tasso, inaugurato il 4 giugno 1955, è uno dei pochi luoghi in cui sia possibile dare risposte a tali domande. Non attraverso ipotesi o ricostruzioni più o meno fantasiose, ma attraverso oggetti originali, veri, che hanno fortunatamente bucato il velo del tempo grazie alla straordinaria indagine che li ha portati alla luce a pochi mesi dalla fine delle ostilità. È quindi possibile seguire un percorso in qualche modo opposto a quello della storia che parte dai fatti: il giorno tale è successo il fatto talaltro, che ha provocato quella determinata conseguenza. Nel caso degli oggetti custoditi in questo museo si parte da una cosa abbandonata, da un’impronta apparentemente casuale, e da lì si procede per associazione, per similitudine, per informazioni documentate acquisite e accertate, magari attraverso un semplice interrogatorio di polizia. Un percorso non esclude l’altro, naturalmente; essi si compenetrano, perché volontà (quella di lottare contro l’invasore) e accidentalità (un fazzoletto, un ricordo portato in tasca il 24 marzo 1944) fanno parte della vita, e quindi della storia. 

PER APPROFONDIRE

Per approfondire i temi affrontati nell’articolo potete far visionare in classe i seguenti video: