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Fact Checking | Vita, morte (e leggenda) di Teodorico l’Ostrogoto

di  Andrea Cazzaniga

Le due vite di un sovrano

Si potrebbe dire che Teodorico il Grande, il re ostrogoto che sul finire del 488 invase l’Italia, ebbe due vite. La prima è quella consegnata alla storia. La seconda cominciò proprio quando la prima finì. Dopo la sua morte, avvenuta nel 526, su di lui presero infatti a circolare racconti sempre più sorprendenti, fatti di apparizioni inquietanti, animali misteriosi e cavalcate verso l’inferno. Racconti che passarono di bocca in bocca e di secolo in secolo, fino a gettare un’ombra cupa sulla sua figura. E da quel momento diventò sempre più difficile distinguere tra verità storica e invenzione.

Un volto spaventoso

Tra le prime narrazioni sugli ultimi istanti di vita di Teodorico spicca quella dello storico bizantino Procopio di Cesarea, suo contemporaneo.

Poco tempo prima, Teodorico aveva fatto condannare a morte Simmaco, un influente aristocratico romano che per anni aveva collaborato con lui, sospettandolo di tramare contro il suo potere.

Procopio racconta che un giorno, durante un pasto, venne servita a Teodorico la testa di un grosso pesce. Il re la guardò e rimase sgomento: nel muso dell’animale gli parve di riconoscere il volto di Simmaco. Preso dal terrore, si ritirò nelle sue stanze e confidò al proprio medico ciò che aveva visto. Poi scoppiò in pianto, tormentato dal rimorso. E poco dopo morì.

Nel cratere di Vulcano

Ma quella di Procopio fu solo una delle tante versioni sulla fine di Teodorico. Qualche decennio più tardi, papa Gregorio Magno ne raccontò nei suoi Dialoghi una nuova – ancora più inquietante.

Un eremita che viveva a Lipari avrebbe annunciato ad alcuni viaggiatori la morte del re prima ancora che la notizia giungesse fin lì. Disse di aver visto Simmaco e papa Giovanni I (anche lui vittima di Teodorico) trascinare il sovrano, con le mani legate, fino al vicino cratere dell’isola di Vulcano, nelle Eolie, e gettarlo al suo interno.

Non era una destinazione casuale. Nell’immaginario medievale alcuni vulcani erano considerati porte dell’inferno. Nel racconto di Gregorio, dunque, il significato della visione era chiaro: Teodorico era stato condannato alle fiamme infernali, proprio per mano di coloro che egli aveva perseguitato.

La cavalcata infernale

Nel Medioevo il ricordo di Teodorico rimase particolarmente vivo a Verona, dove nel 489 aveva sconfitto Odoacre e dove aveva più volte soggiornato durante il suo regno. Questo legame è testimoniato anche dal fatto che nella tradizione germanica il sovrano prese il nome di Dietrich von Bern, ossia “Teodorico di Verona”.

Proprio a Verona, sulla facciata della basilica di San Zeno, un bassorilievo del XII secolo mostra un re a cavallo lanciato all’inseguimento di un cervo. Ma quella che sembra una scena di caccia ha un finale ben diverso: la corsa conduce Teodorico verso l’inferno, dove ad attenderlo c’è il diavolo.

La leggenda della cavalcata infernale attraversò i secoli. Ancora nel XIX secolo il poeta Giosue Carducci la riprese nel componimento La leggenda di Teodorico: anche qui il re viene trascinato da un cavallo indomabile in una corsa sfrenata, che si conclude – di nuovo – nel cratere di Vulcano.

Da grande re a dannato

Ma perché proprio attorno a Teodorico fiorirono tante leggende negative? Il sovrano che emerge dalle fonti storiche è una figura assai più complessa del tiranno rappresentato da questi racconti. Per gran parte del suo lungo regno cercò di mantenere le strutture amministrative romane e di far convivere la minoranza gota, di fede ariana, con la popolazione romana cattolica. Negli ultimi anni, però, gli equilibri si incrinarono. I rapporti con l’aristocrazia romana, il papato e l’Impero d’Oriente si fecero più tesi e Teodorico, sempre più sospettoso di possibili complotti, reagì con ritorsioni e condanne a morte.

Furono soprattutto questi episodi a pesare sulla memoria del sovrano. Nella tradizione cattolica, l’ariano Teodorico finì così per diventare lo spietato persecutore dei cattolici, destinato a subire nell’aldilà la punizione per le colpe commesse in vita.

Una sorta di damnatio memoriae affidata alla leggenda, che gettò un’ombra duratura sulla sua figura, fino a rendere difficile distinguere la storia dall’invenzione.