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Il mestiere più bello del mondo (anche oggi)

Perché insegnare resta una scelta di valore nell’epoca dell’intelligenza artificiale
PariPasso | Inclusione scolastica

di  Fondazione Mondo Digitale

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In un tempo in cui la professione docente viene spesso raccontata attraverso la lente della fatica, della precarietà e della perdita di status sociale, arriva un segnale inatteso e proprio per questo prezioso. Un recente articolo del quotidiano The Guardian racconta che una parte crescente della Generazione Z sta scegliendo di insegnare, nonostante salari bassi e condizioni di lavoro complesse, perché cerca un lavoro che “conta”: capace di avere un impatto reale sulle persone e di generare senso di appartenenza a una comunità [Impact over income: a striking number of gen Zers are becoming teachers]. 

Le storie raccolte dal quotidiano britannico parlano di giovani che arrivano all’insegnamento quasi per caso – un lavoro estivo, un’esperienza di tutoraggio, il rientro a scuola dopo il lockdown – e scoprono lì qualcosa che altrove non trovano: relazioni autentiche, responsabilità concreta, la possibilità di incidere sulla vita degli altri. Dopo anni segnati dall’isolamento e dall’incertezza, insegnare appare a molti come uno dei pochi mestieri in cui l’impatto non è un effetto collaterale, ma il cuore stesso del lavoro.

Non è una scelta ingenua, né romantica. È una scelta valoriale. Va in direzione opposta alla retorica dell’efficienza immediata, della performance individuale, della carriera come accumulazione. Insegnare, per questi giovani, significa assumersi una responsabilità pubblica: stare dentro le contraddizioni del presente e provare a dare loro forma educativa. È un segnale che può interrogare tutti, non solo chi lavora nella scuola.

Insegnare come vocazione civile

Questa scelta controcorrente non è nuova nella storia della scuola. Tullio De Mauro raccontava la sua passione per l’insegnamento anche in forma autobiografica, ricordando come quella scelta nascesse dall’incontro con insegnanti concreti, riconoscibili, capaci di lasciare tracce. Scrive:

“Gli orali della maturità filarono via col vento in poppa. […] Per ultima mi toccò l’interrogazione di latino e greco con il professor Marchi. L’esame fu minuzioso e lungo. Alla fine Marchi mi chiese che cosa avevo in mente di fare poi. Gli dissi che, in un modo o nell’altro, volevo insegnare nelle scuole, fare il professore. Avevo in mente il modello di Mario Themelly e dei miei recenti professori di liceo. Ma mi ricordavo anche la suorina di prima elementare, suor Rosa, e la professoressa Urban e Nuccia Musatti. Mi pareva il mestiere più bello del mondo” (Tullio De Mauro, Parole di giorni un po’ meno lontani, Il Mulino, Bologna 2012).

Questa pagina chiarisce un punto decisivo: la “vocazione” non è un talento astratto, ma spesso nasce da una catena di incontri, da adulti competenti che hanno saputo unire rigore e cura, cultura e relazione. È anche per questo che oggi abbiamo bisogno, più che mai, di sostenitori della scuola: persone e istituzioni capaci di riconoscere che la qualità dell’istruzione non si costruisce contro chi insegna, ma con chi insegna, dando tempo, fiducia, formazione e condizioni di lavoro all’altezza della responsabilità educativa.

La scuola come istituzione da custodire

In questa direzione si colloca il contributo di Massimo Recalcati, che ha concluso la presentazione ufficiale del progetto PariPasso con una riflessione che ha colpito e fatto particolarmente piacere proprio per la sua chiarezza e radicalità. Nel suo ultimo libro, “La luce e l’onda” (Einaudi, Torino 2025), Recalcati invita a rimettere la scuola al centro del discorso pubblico, non come servizio da ottimizzare o problema da gestire, ma come istituzione da custodire.

Scrive: “Se c’è, infatti, una istituzione che andrebbe custodita e difesa con tutta l’attenzione politica necessaria da ogni forma di prevaricazione, è proprio la nostra Scuola. È grazie a essa che la vita dei nostri figli può allargare l’orizzonte del mondo, fare esperienza della forza della parola, della sua democrazia immanente e dell’erotismo della conoscenza. […] Ogni rinascita collettiva non può non iniziare dalla Scuola e dalla sua funzione. Quale funzione? Innanzitutto quella di iscrivere la vita dei nostri figli nella dimensione generativa della cultura”.

La scuola non è solo il luogo dove si apprendono conoscenze e si sviluppano competenze, ma lo spazio in cui si entra simbolicamente nel mondo, dove la parola diventa relazione, conflitto, possibilità. Difendere la scuola, oggi, significa difendere questa funzione generativa, contro ogni tentazione di ridurla a prestazione, addestramento o semplice risposta all’urgenza tecnologica.

È anche per questo che il segnale raccontato dal Guardian appare così significativo: scegliere di insegnare, oggi, vuol dire scegliere di stare dentro questa istituzione fragile e decisiva, non per salvarla da soli, ma per sostenerla dall’interno. Perché senza sostenitori della scuola, culturali, politici, sociali, non c’è innovazione che tenga, né tecnologia che possa davvero migliorare l’educazione.

La nuova immagine del docente

Anche il racconto mediatico con fatica sta cercando di intercettare questo cambiamento. Serie televisive come “Il professore” (terza stagione su Rai Uno), “A testa alta” (miniserie su Mediaset) e “La preside” (8 puntate su Rai Uno, ispirate a una storia vera), con tutti i limiti imposti dal genere fiction e dalle ibridazioni soap, mettono in luce una nuova immagine dell’insegnante e del dirigente scolastico: non eroe solitario né burocrate rassegnato, ma professionista complesso, capace di stare nelle contraddizioni, di ascoltare, di prendersi cura senza rinunciare all’esigenza culturale. Sono narrazioni diverse, ma convergono su un punto: la qualità della scuola passa dalle relazioni, dalla capacità di leggere i contesti, di accompagnare le fragilità, di tenere insieme autorevolezza e prossimità.

Insegnare nell’era dell’intelligenza artificiale

L’ingresso dell’intelligenza artificiale non riduce il ruolo dell’insegnante. Al contrario, lo rende più necessario. In un mondo in cui gli strumenti diventano sempre più potenti e opachi, il docente è chiamato a tenere il senso, a orientare, a educare al discernimento. Non a competere con le macchine, ma a fare ciò che le macchine non possono fare: leggere i contesti, interpretare i bisogni, coltivare l’inclinazione singolare di ciascuno. Come ricorda Recalcati, la scuola ha il compito di preservare la differenza senza spezzare il legame. È un lavoro lento, relazionale, infinitamente imperfetto. Ma è proprio questo a renderlo insostituibile.

Perché investire nella formazione dei docenti

La scuola inclusiva non è quella che abbassa l’asticella, ma quella che moltiplica gli accessi alla conoscenza. È qui che qualità e inclusione vanno di PariPasso.

Il docente, oggi e domani, è chiamato a essere progettista di percorsi, facilitatore di apprendimento, garante di equità. Un mestiere ad alta complessità, che non si improvvisa e non si affronta da soli. Per questo la formazione, la condivisione di pratiche, il confronto tra pari diventano elementi strutturali della professionalità docente, non optional.

Non basta la motivazione iniziale, né la vocazione civile: servono tempo, strumenti, occasioni di confronto e di apprendimento continuo. La professionalità docente non è data una volta per tutte, ma si costruisce nel tempo, soprattutto quando il contesto cambia rapidamente, come sta accadendo oggi con l’ingresso dell’intelligenza artificiale nella scuola.

Investire nella formazione dei docenti significa investire direttamente nella qualità del sistema educativo. Non per “aggiornare” insegnanti da rendere più efficienti, ma per sostenere persone chiamate ogni giorno a tenere insieme conoscenza, relazione, inclusione e responsabilità educativa. La formazione diventa allora uno spazio di riflessione condivisa, di sperimentazione guidata, di rielaborazione critica delle pratiche, in cui la tecnologia non è mai un fine ma uno strumento al servizio del senso. 

Da questa convinzione nasce l’impegno della Fondazione Mondo Digitale nel costruire percorsi formativi che partono dall’esperienza reale dei docenti e tornano in classe sotto forma di pratiche concrete. Programmi formativi come Experience AI, Ital.IA Lab for School, Vivi Internet, al meglio e le risorse educative aperte non propongono soluzioni standard, ma accompagnano gli insegnanti a interrogarsi su come progettare ambienti di apprendimento più equi, consapevoli e inclusivi.

Abbiamo scelto di accompagnare e sostenere chi ha scelto, e continua a scegliere come molti giovani raccontati dal Guardian, un lavoro che “conta”, perché incide sulle vite delle persone e sul futuro della società. Oggi quello dell’insegnante è uno dei mestieri più necessari.

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