Obiettivo parità!

Un progetto per ripensare la scuola nel segno dell'uguaglianza di opportunità fra bambine e bambini - di Irene Biemmi

Obiettivo parità!

Il progetto Obiettivo parità! promuove la cultura della parità di genere contrastando gli stereotipi e le diseguaglianze di genere in ambito educativo. Attraverso la scelta antologica, le attività operative e il linguaggio utilizzato per le consegne, viene fornita una rappresentazione equilibrata, corretta e variegata dei generi femminile e maschile nell’ambito personale, familiare e professionale.

Irene Biemmi, esperta di pedagogia di genere e delle pari opportunità, Ricercatrice in Pedagogia generale e sociale all’Università di Firenze, ha supervisionato i volumi di letture di #CheMagie! e #CheStorie!, editi da Fabbri Editori, proprio nell’ottica di Obiettivo Parità!.

Uno sguardo d’insieme

Come educare bambine e bambini liberi da stereotipi e condizionamenti di genere? Come trasmettere un’idea di uguaglianza e di pari opportunità all’interno delle classi in maniera continuativa e trasversale a tutte le attività didattiche? È possibile trasformare la scuola in un laboratorio di parità? Partendo da questi interrogativi, il progetto Obiettivo parità! è nato con lo specifico intento di promuovere la cultura della parità di genere attraverso il contrasto agli stereotipi e alle diseguaglianze in ambito educativo. Tramite la scelta antologica nei volumi di Letture, le attività operative e il linguaggio utilizzato per le consegne didattiche viene fornita una rappresentazione equilibrata, corretta e variegata dei generi femminile e maschile nell’ambito personale, familiare e professionale. Per comprendere appieno le basi scientifiche su cui poggia il progetto e la sua portata innovatrice, è utile addentrarsi in un’area di studi che in questi ultimi anni ha trovato piena cittadinanza nell’ambito degli studi pedagogici, oltreché una crescente applicazione nelle pratiche educative e didattiche: la Pedagogia di genere e delle pari opportunità.

Per cominciare: che cosa significa crescere su binari paralleli

I maschi sono: agili, atletici, belli, bravi, simpatici, coraggiosi, creativi, curiosi, divertenti, fantasiosi, “fighi”, forti, furbi, ingegnosi, intelligenti, muscolosi, ottimisti, spiritosi, sportivi, veloci, ma anche agitati, antipatici, bugiardi, chiacchieroni, confusionari, disonesti, distratti, dispettosi, golosi, maleducati, rabbiosi, scalmanati, scontrosi, sgarbati, sporcaccioni, svogliati, testardi, vendicativi. Le femmine invece sono: affettuose, allegre, altruiste, amichevoli, belle, brave, buone, calme, carine, coccolone, creative, curiose, delicate, dolci, educate, eleganti, fantasiose, favolose, generose, gentili, gioiose, laboriose, intelligenti, magre, mature, ordinate, pazienti, precise, responsabili, rispettose, sensibili, simpatiche, socievoli, sportive, timide, tenere, tranquille, vispe, ma anche arroganti, chiacchierone, distratte, gelose, furbe, impiccione, pettegole, permalose, schizzinose, vanitose. Questi sono gli autoritratti proposti, rispettivamente, da gruppi di bambini e di bambine della scuola primaria che nel corso degli anni ho coinvolto in laboratori volti a decodificare e decostruire stereotipi e pregiudizi di genere. Appare evidente che i ritratti femminili e maschili si collocano spesso su due fronti contrapposti: maschi e femmine sono percepiti come due gruppi profondamente e irrimediabilmente differenti, con caratteristiche tendenzialmente complementari. Viene spontaneo domandarsi: che cosa è successo nei primi anni di vita di questi bambini e di queste bambine per far sì che il loro immaginario sia già così nutrito di stereotipi sessisti? Come sappiamo stereotipi e pregiudizi, inclusi quelli di genere, sono frutto di categorizzazioni sociali che hanno lo scopo di suddividere gli individui in gruppi, delimitando il proprio gruppo di appartenenza (ingroup) dal gruppo esterno (outgroup) (Brown, 1995). La categorizzazione sociale è un processo cognitivo che rappresenta una caratteristica ineludibile dell’esistenza umana: il mondo è un contesto troppo complesso perché l’individuo possa sopravvivervi se non trova qualche strategia preliminare per semplificarlo e ordinarlo. Le categorie di genere, come le altre categorie sociali, hanno quindi una loro utilità sociale, in quanto rispondono in maniera efficiente a tutta una serie di funzioni: sono elementi di riduzione della complessità del reale, regolano il comportamento offrendo una base per anticipare gli eventi futuri, dirigono l’attenzione selezionando le informazioni, strutturano le generalizzazioni e le interpretazioni. Il bisogno di trasmettere uno schema differenziato di comportamento in base al sesso biologico è dunque connaturato alla stessa società: gli schemi di genere sono funzionali all’organizzazione della conoscenza della realtà sociale. Il fatto che percepiamo la differenziazione sessuale dei ruoli maschili e femminili come socialmente inevitabile, come insita nell’ordine “naturale” delle cose, è del resto la prova più evidente del fatto che essa poggia su schemi sociali sedimentati e naturalizzati fin dalla più tenera età (Bourdieu, 1998). La divaricazione dei destini maschili e femminili si struttura infatti fin dalla primissima infanzia, quando in famiglia si inizia a tessere un percorso biografico differente per maschi e femmine, frutto di piccole ma incessanti scelte quotidiane che tendono progressivamente a incanalare i percorsi degli uni e delle altre verso sentieri differenti, sempre più divergenti (Gianini Belotti, 1973). Se le decisioni operate dal mondo adulto in merito all’educazione di figli e figlie avvengono sulla base di stereotipi già collaudati dalla tradizione e riproposti in maniera automatica, i percorsi si snodano nella maniera più semplice e naturale: per ogni bivio c’è un cartello che indica in maniera chiara la direzione da prendere. Questi bivi non coincidono necessariamente con le grandi scelte, anzi, spesso vengono oltrepassati senza neppure accorgersene, quasi per inerzia: predisporre un corredino rosa per la neonata e azzurro per il neonato diventa un semplice atto di routine, così come acquistare una bambola per la bambina e una macchinina per il bambino, o ancora, rimproverare una bambina per essere troppo movimentata e stimolare il bambino a essere attivo, deridere il maschietto che piange perché si comporta come una “femminuccia” e allo stesso tempo accettare come naturale che sia la bambina a esternare i propri sentimenti e le proprie debolezze (Biemmi, 2017). Il rosa e l’azzurro durante l’infanzia rappresentano due marcatori estremamente efficaci, funzionali al mantenimento dell’ordine di genere: un ordine rigorosamente binario che non prevede sconfinamenti e che ingabbia non solo il femminile, ma anche, o forse soprattutto, il maschile (Abbatecola e Stagi, 2017). Al centro di tutto c’è un sistema di aspettative sociali differenziate che gli adulti/le adulte mettono in atto ogni giorno per fare in modo che i bambini e le bambine arrivino progressivamente a corrispondere all’immagine socialmente accettabile per gli uni e per le altre (Ruspini, 2009). Questo lento ma inesorabile addestramento ai ruoli femminili e maschili registra i suoi prodotti già all’ingresso alla scuola dell’infanzia, verso i 3-4 anni, età in cui i bambini e le bambine si sono già identificati nel loro ruolo e conoscono perfettamente il comportamento adatto al proprio sesso; prosegue poi con ancora più forza nella scuola primaria e in tutti gli anni a venire.

Che cosa può fare la scuola?

Quali sono gli attori che entrano in campo nel pilotare questa caratterizzazione dell’infanzia così rigidamente polarizzata sul dualismo maschile/femminile? La famiglia e la scuola, nonostante il moltiplicarsi delle agenzie di formazione e di socializzazione (i gruppi dei pari, i gruppi sportivi, l’associazionismo e, soprattutto, i mass media), continuano a mantenere il proprio ruolo di agenzie deputate all’educazione e alla socializzazione formale delle nuove generazioni. Scuola e famiglia sono anche i primi ambiti in cui vengono attivati i percorsi di formazione identitaria delle bambine e dei bambini. La scuola, in particolare, evidenzia esperienze di sperimentazione e promozione di progetti di “educazione di genere e all’affettività” (Gamberi, Maio e Selmi, 2010) che restano però minoritarie rispetto a un modello di scuola dominante il quale, anziché fungere da motore di cambiamento sociale, tende a reiterare, e dunque a legittimare, un immaginario sul femminile e sul maschile fortemente deficitario e limitante sia per le bambine sia per i bambini. In Italia già dagli anni Ottanta, e poi con una particolare enfasi negli anni Novanta, alcune pedagogiste (Covato e Leuzzi, 1989; Erlicher e Mapelli, 1991; Bolognari, 1991; Ulivieri, 1995) hanno cercato di trasferire in ambito scolastico le problematiche emergenti dal dibattito neo-femminista degli anni Settanta, domandandosi in che modo la scuola potesse promuovere nelle classi un nuovo modo di concepire il rapporto fra i sessi, improntato all’idea di uguaglianza, pur nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze. Purtroppo, a oggi, dobbiamo constatare che la questione della parità di genere non è stata ben assimilata dal nostro sistema educativo e dal nostro corpo docente, che continua in prevalenza a riprodurre una cultura sessista e conservatrice (Biemmi, 2009). Emerge dunque con forza la necessità di introdurre nella scuola un’azione educativa che promuova realmente più equi modelli educativi e permetta di superare gli stereotipi sessisti che ancora limitano fortemente il “campo di pensabilità” (Biemmi e Leonelli, 2016) dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze: i loro sogni, i loro progetti di vita e la stessa percezione di sé. Un punto nodale di questo progetto è la revisione dei libri di testo.

Il materiale scaricabile

Rizzoli Education mette a disposizione diversi materiali tratti dai volumi #CheMagie!, #CheStorie! e #CheSaperi!, che mirano appunto alle pari opportunità.

Un nuovo amico

Chi ha detto che il calcio sia uno sport per maschi? – Da #CheMagie!, letture di classe terza


La principessa che cacciava i draghi

Carlotta è una principessa rosa con sogni grandi, grandissimi! – Da #CheMagie!, letture di classe seconda


Dora

Dora vive col suo papà… ed è una bambina molto fortunata. – Da #CheMagie!, letture di classe seconda


Lunghicapelli

Loris ha i capelli lunghi, come il suo eroe preferito… – Da #CheMagie!, letture di classe prima


Bebè: istruzioni per l’uso

Hai appena avuto un fratellino o una sorellina? Qualche consiglio… – Da #CheStorie!, volume Per leggere e comprendere, classe quarta


L’appello

Il maestro Fabio fa un appello diverso da quello a cui siamo abituati… – Da #CheMagie!, letture di classe prima


Bambine e bambini

Erano due fratellini. Cioè due maschi? No, erano un maschio e una femmina. – Da #CheMagie!, letture di classe seconda

Webinar lunedì 15 aprile ore 17:00

Privato: Obiettivo Parità! Promuovere la cultura della parità di genere

Scuola primaria

con  Irene Biemmi

Il webinar introduce il progetto “Obiettivo parità” e costituisce un’occasione di formazione e di sensibilizzazione utile ad approfondire i temi che riguardano la costruzione dell’identità di genere femminile e maschile e le diseguaglianze di genere tuttora presenti in ambito educativo, con particolare attenzione al tema degli stereotipi di genere nei libri di testo e del sessismo linguaggio.