#cittadinanzadigitale

Ricerche, fonti e risorse educative aperte

puntata 10

La ricerca in rete

Per una cittadinanza digitale consapevole

Nel 2017 il MIUR ha presentato un piano «Per una scuola più aperta, inclusiva, innovativa». Basato in 10 azioni e filoni di intervento, il piano è finanziato attraverso i fondi del Programma Operativo Nazionale (PON) per la Scuola, e tra i vari punti prevede: «competenze di cittadinanza e creatività digitale» per formare «le studentesse e gli studenti a un uso consapevole della rete» (dal comunicato stampa del 31 gennaio 2017 diffuso dal MIUR).

Una delle prerogative alla base del concetto di cittadinanza digitale è appunto la capacità, da parte del cittadino digitale, di saper sfruttare al meglio i mezzi messi a disposizione per l’esercizio dei suoi doveri e dei suoi diritti, tra cui appunto quello all’informazione, inquinata in questo preciso momento storico da un’incontrollata proliferazione di fake news, cioè di notizie false create appositamente con lo scopo di ingannare l’utente web e potenzialmente in grado persino di modificare l’opinione pubblica su una specifica notizia o argomento facendo leva sui sentimenti e le paure degli individui.

Proprio per queste ragioni, nel 2016 l’Oxford Dictionary ha scelto il termine post- truth (“post-verità”) come parola dell’anno. Il termine si è diffuso soprattutto in seguito al referendum britannico sulla Brexit e alle elezioni politiche statunitensi. Quando l’Oxford Dictionary “post-verità” si riferisce appunto a una situazione in cui «per la formazione dell’opinione pubblica, i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli all’emozione e alle convinzioni personali» e, a livello più generale, all’inarrestabile diffusione di fake news.

All’interno di una scuola che intenda promuovere un uso consapevole e concreto degli strumenti offerti dalle nuove tecnologie di comunicazione, il docente ha tra i vari compiti quello di istruire i propri studenti a far fronte all’immenso bacino di informazioni, vere e false, a cui ogni giorno devono far fronte correndo il rischio di non riconoscere più l’attendibilità della fonte durante il processo di ricerca. In altre parole, il docente deve essere in grado di orientare lo studente in questo articolato processo di riconoscimento e selezione delle fonti, per stimolarne in questo modo la capacità critica di fronte all’indifferenziata quantità di dati e informazioni che oggi la rete è in grado di offrire.

La ricerca in rete come pratica didattica

Oggi la diffusione di Internet investe non solo moltissime case, ma anche la maggior parte delle scuole, di ogni ordine e grado, e tutte le università. Tuttavia, la consapevolezza dell’utilità degli strumenti di rete all’interno del processo didattico si scontra spesso con la scarsa diffusione di apparecchiature informatiche adeguate e con la carenza delle competenze necessarie al loro impiego.

Negare la potenziale utilità della rete per lo studio e la didattica è difficile, poiché se intelligentemente adoperata può determinare una profonda trasformazione delle condizioni in cui avviene l’apprendimento. L’insegnamento infatti non si caratterizza tanto per la trasmissione dei contenuti, quanto piuttosto per la capacità di creare un ambiente in cui si impara ad apprendere (quindi, a reperire, selezionare e utilizzare le informazioni).

Oltre a rivelarsi uno degli strumenti migliori per introdurre gli allievi al mondo dei nuovi media favorendo l’acquisizione delle competenze digitali, oggi fondamentali per l’ingresso nel mondo del lavoro, Internet facilita inoltre l’interazione tra materie diverse e differenti argomenti di studio. La sterminata quantità di informazioni reperibili online può ampliare in maniera decisiva le risorse didattiche e informative che utilizziamo in forma cartacea.

Tuttavia dare per scontata la capacità di compiere una ricerca di natura didattica attraverso Internet è un grave errore, poiché non tutti conoscono siti di comprovata validità scientifica o sono in grado di utilizzare efficacemente un motore di ricerca.

Se non convenientemente guidata, la navigazione su Internet può essere infatti dispersiva, ma la capacità di fornire agli studenti strumenti per reperire, selezionare, organizzare e valutare l’informazione, in un mondo in cui la quantità di risorse informative disponibili e la loro eterogeneità sono cresciute in maniera esponenziale, costituisce ormai una priorità anche per il mondo della scuola.

Tipologie di informazioni in rete

Sempre più di frequente le infinite risorse informative disponibili in rete vengono utilizzate sia da parte di docenti che da parte di studenti. La crescente diffusione di tale prassi ci costringe a svolgere una serie di riflessioni in merito alla natura di queste risorse, per tentare di comprendere se la loro selezione e il loro utilizzo siano realmente utili o meno all’interno della pratica didattica. Una possibile distinzione da fare all’interno di questo ricco ecosistema digitale è quella tra risorse granulari e risorse strutturate. Con l’espressione “risorse granulari” si intendono contenuti come siti e pagine web, materiali video o audio, presentazioni, articoli ecc. da utilizzare all’interno della didattica come strumenti di arricchimento e di integrazione del processo di apprendimento. In genere si tratta di risorse eterogenee accompagnate da informazioni descrittive poco esaustive. Il rischio è di rivelarsi spesso troppo dispersive e frammentate se non accompagnate da risorse più articolate e complesse. L’espressione “risorse strutturate” si riferisce invece a quelle tipologie di contenuti più complessi e strutturati che presentano in genere indicazioni di paternità o che comunque risultano scientificamente validati e accompagnati da informazioni descrittive più ricche e precise. È il caso, per esempio, di un corso online o del tradizionale libro di testo che, rispetto al passato, tuttavia appare oggi trasformato poiché esplora e utilizza anche la dimensione digitale, favorendo così – se ben strutturato – l’utilizzo dei contenuti integrativi.

I motori di ricerca: Google

Sin dalla nascita del web sono state sviluppate apposite piattaforme utilizzate per il reperimento di tali risorse e strumenti. Parliamo dei cosiddetti motori di ricerca, sistemi automatici in grado di analizzare un insieme di dati e di restituire un indice dei contenuti disponibili tramite una classificazione basata su formule statistico-matematiche che indicano il grado di rilevanza di una determinata chiave di ricerca. Google è quello che gode di maggior fama nel mondo occidentale. Nato come progetto universitario nel 1997 per opera degli imprenditori Larry Page e Sergey Brin, il servizio cataloga e indicizza l’enorme massa di informazioni generata quotidianamente sul web. Il meccanismo alla base del suo funzionamento si chiama PageRank, un algoritmo che estrae le informazioni da ogni contenuto per restituirle agli utenti e che permette ai siti più popolari di comparire tra i primi risultati di ricerca.

Google Books e Google Scholar

Rispetto ai motori di ricerca tradizionali, Google offre anche una serie di strumenti alternativi e più specifici. Prendiamo ad esempio Google Books e Google Scholar.

Google Books è un servizio lanciato da Google nel 2004 per consentire la ricerca online di libri digitalizzati. Al suo interno si trovano tre tipologie di contenuti:
• libri fuori diritti che sono stati digitalizzati in base ad accordi stipulati tra la società e le biblioteche mondiali;
• libri in commercio, digitalizzati solo in presenza di un’autorizzazione da parte degli editori e i cui risultati restituiscono, a seconda dell’accordo stipulato tra Google e gli editori, porzioni più o meno ridotte del testo;
• libri fuori commercio ma ancora sotto diritti e “opere orfane” (cioè libri di cui è difficile conoscere la situazione in materia di diritti dal momento che autore o editore, pur se indicati, non risultano facilmente rintracciabili). Per un docente, Google Books rappresenta senza dubbio una risorsa preziosa poiché consente di includere tra le risorse su cui lavorare in classe o su cui far lavorare gli studenti anche contenuti tratti da libri, cioè da quella tipologia di risorse complesse e strutturate su cui si fonda il processo di apprendimento.

Google Scholar propone invece un ulteriore strumento di consultazione, mirato in questo caso al mondo accademico e scientifico, poiché propone una serie di risorse che possono essere considerate come direttamente o indirettamente validate o quantomeno ragionevolmente affidabili, poiché rese disponibili per mezzo di piattaforme, raccolte o siti riconoscibili e controllati. È il caso di diverse riviste scientifiche, siti e archivi pubblici di università e centri di ricerca, atti di convegni ecc. Anche nel caso di Google Scholar, l’utilità didattica si rivela potenzialmente notevole, soprattutto nell’abituare gli studenti a distinguere risorse informative differenti anche in funzione della loro diversa provenienza e affidabilità.

Contenuti digitali integrativi e diritto d’autore

All’interno delle scuole, riutilizzare contenuti digitali come immagini, video e file audio è una pratica molto diffusa tra insegnanti e studenti, soprattutto quando si tratta di produrre degli elaborati multimediali attraverso materiali che si trovano facilmente online. Secondo la legge italiana sul diritto d’autore (art. 70, comma 1 bis) «è consentita la libera pubblicazione attraverso la rete Internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro». Per la legge italiana il riutilizzo all’interno dell’ambito scolastico di contenuti reperiti online è quindi lecito, ma di fronte all’incertezza se utilizzare o meno un contenuto trovato in rete al di fuori di contesti didattici, una possibile soluzione è offerta dalle cosiddette licenze Creative Commons (CC).

Le licenze Creative Commons

Nata nel 2001 come organizzazione non-profit su iniziativa di Lawrence Lessig, professore di diritto all’Harvard University, Creative Commons ha elaborato un sistema legale alternativo alla legge sul copyright, costituito da licenze, ispirate al modello copyleft, che concedono a terzi alcuni diritti di riutilizzo dei contenuti, sotto specifiche condizioni. In altre parole tali licenze rappresentano una sorta di via di mezzo tra il copyright completo e il pubblico dominio. Oggi le licenze CC sono diffuse a livello globale e sono ampiamente utilizzate anche all’interno dell’ambiente scolastico, nella produzione e distribuzione delle cosiddette Risorse Educative Aperte (Open Educational Resources, OER), cioè quei materiali didattici in formato digitale resi disponibili con apposite licenze che ne permettono il riutilizzo, la modifica e la libera distribuzione, e che già nel settembre 2013, con il D.M. n. 781 del 27/09, il MIUR raccomandava di integrare all’interno della didattica: «Il campo dei contenuti digitali integrativi non comprende solo contenuti editoriali forniti a complemento del libro di testo (anche se tali contenuti costituiscono una risorsa importante), ma anche contenuti acquisiti indipendentemente o reperibili in rete o prodotti attraverso il lavoro individuale o collaborativo dei docenti, eventualmente anche attraverso il coinvolgimento dei discenti. Un ruolo particolarmente importante hanno in questo campo le Risorse Educative Aperte (Open Educational Resources – OER), delle quali si intende promuovere l’uso e la produzione» (MIUR, Decreto Libri Digitali, 27 settembre 2013, Allegato 1).

La validazione delle OER

L’idea di fondo delle OER, nate nel pieno spirito di collaborazione e condivisione del web 2.0, è che le numerose risorse che spesso restano relegate all’interno dei contesti formativi in cui sono create dovrebbero invece essere rese disponibili in forma gratuita grazie alla rete, per consentire così a tutti di poter accedere a tali opportunità formative. Il loro utilizzo, intensificato negli ultimi anni grazie allo sviluppo e alla promozione del digitale all’interno del sistema scolastico, è stato indicato come una valida strategia per il rinnovo dei modelli educativi incentrati sui processi di apprendimento. Tuttavia, al crescere del loro utilizzo è aumentata conseguentemente anche la necessità di individuare dei criteri che ne permettano la validazione scientifica ai fini della loro diffusione e in generale dell’apprendimento. Per questo motivo, la professionalità degli insegnanti è sempre più legata all’abilità di selezionare, utilizzare, creare e condividere tali risorse: «Gli istituti scolastici possono elaborare il materiale didattico digitale per specifiche discipline da utilizzare come libri di testo e strumenti didattici per la disciplina di riferimento; l’elaborazione di ogni prodotto è affidata a un docente supervisore che garantisce, anche avvalendosi di altri docenti, la qualità dell’opera sotto il profilo scientifico e didattico, in collaborazione con gli studenti delle proprie classi in orario curriculare nel corso dell’anno scolastico. L’opera didattica è registrata con licenza che consenta la condivisione e la distribuzione gratuite» (MIUR, art. 6, comma 2 bis, della legge 8 novembre 2013, n. 128, che modifica l’art. 15 del D.L. 25 giugno 2008, n. 112).