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Alle radici del conflitto in Ucraina: l’URSS staliniana e l’epoca della Guerra fredda

di Andrea Cazzaniga

Secondaria di 1° grado - Storia

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La guerra in Ucraina ha riportato alla luce parole e concetti che, forse troppo frettolosamente, molti di noi pensavano di aver archiviato in un capitolo chiuso della storia più recente.

E così oggi si è tornati a parlare di URSS staliniana, di dominazione russa e Stati satellite, di Guerra fredda, politica del contenimento e deterrenza: espressioni che, dopo la caduta del muro di Berlino e lo sgretolamento dell’Unione Sovietica, sembravano ormai accantonate, perché legate a una visione del mondo che si credeva superata una volta per tutte.

Per risalire alle radici del conflitto in Ucraina – e per cercare di fornire a studentesse e studenti un inquadramento storico ad ampio raggio di ciò che sta accadendo – dobbiamo perciò tornare a fare i conti con questi concetti. E a ripercorrere una fetta di storia del Novecento.

STALIN E L’UCRAINA

A partire dagli anni Trenta del XX secolo, la feroce dittatura di Stalin produce tragici effetti sul popolo dell’Ucraina. Questo Stato viene di fatto considerato un territorio posto sotto la dominazione russa. Tra l’autunno del 1932 e la primavera del 1933 il capo dell’URSS attua la collettivizzazione forzata dei campi coltivati: la proprietà privata viene abolita e i contadini sono obbligati a lavorare in fattorie collettive (i kolchoz), controllate direttamente da funzionari dello Stato sovietico.

L’Ucraina, che costituisce la regione agricola più produttiva dell’URSS, subisce pesantemente le conseguenze di questa imposizione. In particolare i kulaki, ossia i contadini più benestanti (piccoli proprietari terrieri e coltivatori diretti), dopo aver cercato in ogni modo di opporsi alle requisizioni dei prodotti agricoli, vengono arrestati e deportati in massa. Molti di loro sono uccisi o muoiono nel corso della deportazione. La collettivizzazione delle terre attuata da Stalin distrugge l’economia agricola ucraina ed è tra le cause che innescano una terribile carestia, nota con il nome di Holodomor (termine che significa “sterminio per fame”): i morti ucraini sono – secondo le stime – circa 4 milioni.

Nell’ambito dei suoi piani per lo sviluppo economico dell’URSS, Stalin decide inoltre di concentrare industrie siderurgiche nella regione orientale dell’Ucraina, il Donbass: per questo motivo moltissimi lavoratori russi si trasferiscono qui. E per questo motivo ancora oggi nel Donbass c’è una forte presenza di abitanti russi, molti dei quali vogliono l’indipendenza da Kiev.

DALLA SECONDA GUERRA MONDIALE ALLA GUERRA FREDDA

Nel febbraio del 1945, mentre ancora si combatte la Seconda guerra mondiale, Stalin, il presidente statunitense Roosvelt e il primo ministro inglese Churchill si ritrovano a Yalta, in Crimea, per definire quale assetto dare al mondo una volta sconfitto Hitler. In quell’occasione si stabiliscono dei princìpi da mettere in pratica al termine del conflitto: libere elezioni in Europa, autodeterminazione dei popoli, commercio internazionale aperto. Eppure, già a Yalta comincia a delinearsi la contraddizione che segnerà il mondo per i successivi quarant’anni: USA e URSS, pur affermando quei princìpi, sono intenzionati a creare sfere d’influenza a livello europeo e mondiale.

Sempre nel 1945, questa volta dopo la capitolazione del nazismo, gli Stati del mondo decidono di dar vita all’ONU, con lo scopo di difendere la pace nel mondo. Ben presto, però, la contrapposizione tra USA e URSS finisce per paralizzare la neonata istituzione. Già il 9 febbraio del 1946, del resto, Stalin tiene un discorso al teatro Bolshoi di Mosca parlando di due “blocchi” antitetici: quello occidentale statunitense e quello orientale sovietico. Gli fa eco di lì a poco (12 marzo 1947) la “dottrina” del presidente statunitense Truman, che contrappone i due modelli, sostenendo che gli USA siano la patria della libertà e l’URSS del totalitarismo. Gli Stati Uniti danno così il via alla politica del contenimento. Cercano cioè di contenere l’espansione del blocco sovietico.

Inizia così a tutti gli effetti la Guerra fredda, caratterizzata da una forte tensione a livello internazionale, sempre sul punto di trasformarsi in un conflitto. Una linea invalicabile inizia a separare l’Europa occidentale, formata da Stati democratici e ad economia capitalista, dall’Europa orientale, composta da Stati satellite dell’URSS, comunisti e ad economia pianificata: è la cosiddetta “cortina di ferro”, come la definisce Churchill. Di lì a poco le tensioni si traducono in alleanze militari: nel 1949 nasce la NATO (con funzione difensiva in caso di attacco sovietico), nel 1955 il Patto di Varsavia (per garantire mutua assistenza tra gli Stati del blocco orientale).

L’EQUILIBRIO DEL TERRORE

Anche se scoppiano sanguinosi conflitti locali (in Corea tra il 1950 e il 1953; in Vietnam dagli anni Sessanta al 1975) la Guerra fredda non degenera mai in un conflitto combattuto con le armi su scala globale, anche perché gli arsenali nucleari di cui dispongono le due Superpotenze provocherebbero danni incommensurabili. Ciò non toglie che l’opinione pubblica mondiale viva un’epoca di terrore, in cui lo spettro della bomba atomica produce un incubo collettivo in intere generazioni.

Si afferma così, attorno agli anni Sessanta, il principio della deterrenza: ogni blocco si dota di armi sempre più numerose e distruttive, per dissuadere l’avversario da qualsiasi idea di attacco. Si alternano poi momenti di riavvicinamento, favoriti per esempio dalla destalinizzazione condotta da Krusciov in URSS o dall’elezione di Kennedy negli USA, a momenti di forte contrapposizione (la costruzione del muro di Berlino, nel 1961) e di gravissima tensione (la crisi di Cuba, nel 1962).

L’economia del blocco sovietico, tuttavia, a lungo andare si dimostra incapace di reggere la competizione con quella occidentale. Le politiche repressive e illiberali attuate dall’URSS e dai governi compiacenti degli Stati satellite hanno ormai i giorni contati: l’insofferenza della popolazione cresce sempre più. Nel 1985 l’elezione di Gorbacev a segretario del partito comunista dell’URSS apre una nuova fase, con il disgelo tra le due superpotenze e con l’avvio di un programma di riforme in Unione sovietica. Il 9 novembre 1989, la caduta del muro di Berlino fa capire che non si può più tornare indietro: il blocco comunista inizia a frantumarsi, mentre alla fine del 1991 l’URSS cessa di esistere e gli Stati che la compongono – tra cui l’Ucraina – conquistano l’indipendenza. Nasce la CSI, Comunità degli Stati Indipendenti. Anche il Patto di Varsavia viene sciolto.

UNA NUOVA GUERRA FREDDA?

L’aggressiva invasione dell’Ucraina scatenata da Putin il 20 febbraio 2022 ha risvegliato tensioni forse mai del tutto spente tra il mondo russo-orientale e quello occidentale. Ascoltando i discorsi e soprattutto osservando l’operato senza scrupoli del capo del Cremlino – un uomo nato nel 1952, e che pare ancora vivere nel clima politico di quegli anni – ci sentiamo ripiombare in piena Guerra fredda. Tornano anche a farsi sentire le minacce nucleari.

La situazione, però, non è più quella del secolo scorso. Nel frattempo è nata e cresciuta l’Unione europea, con un ruolo forse ancora in fase di definizione, ma non più trascurabile. E gli equilibri sono profondamente cambiati. A testimoniare questo fatto è anche quanto è accaduto pochi giorni fa (il 3 marzo 2022) nel corso della riunione dell’ONU convocata in sessione di emergenza per condannare l’invasione russa ai danni dell’Ucraina. I numeri ci parlano di un fronte contrario a Putin molto più vasto di quello che poteva essere il mondo occidentale nel XX secolo: 141 Stati hanno votato a favore della condanna, 5 si sono opposti (Russia, Bielorussia, Siria, Nord Corea ed Eritrea), mentre 35 si sono astenuti (tra cui India e Cina). Come fa notare Massimo Gaggi sul Corriere della Sera del 4 marzo 2022, Stati tradizionalmente filorussi si sono apertamente opposti alla Russia e tra questi vi sono, per esempio, i Paesi del Medio Oriente. Resta la grande incognita degli astenuti, che pur numericamente limitati, rappresentano da soli circa la metà della popolazione mondiale. È probabilmente anche qui che si decide il futuro del pianeta.

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