Rivista

Due illustri (s)conosciuti: i bronzi di Riace

di Eligio Daniele Castrizio

Secondaria di 2° grado - ARTE

I docenti di storia dell’arte sanno quali difficoltà si incontrano nello stimolare l’interesse degli studenti nei confronti della disciplina archeologica e dell’arte antica in genere. Vogliamo qui proporre loro un modo un po’ diverso di raccontare un episodio, molto suggestivo, della storia dell’arte antica, la vicenda dei Bronzi di Riace, e lo facciamo con le parole di uno studioso, che ha dedicato gli ultimi venti anni della sua vita, tra l’altro, a spiegare il mistero di queste bellissime statue: il professor Eligio Daniele Castrizio, professore ordinario di Numismatica greca e romana all’università di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria dove le due statue sono esposte al pubblico.

D. Fin dalla loro scoperta, nell’agosto del 1972, i Bronzi di Riace hanno goduto di una grande attenzione da parte del mondo scientifico, ma anche del grande pubblico, motivata sia dall’avventurosa vicenda del loro ritrovamento, dalla loro indiscutibile bellezza ma anche dal desiderio di rispondere a tre fondamentali domande che li riguardano: chi rappresentano? quando e dove sono stati fatti? dove stavano andando quando sono naufragati nel mare al largo di Riace? Proviamo a rispondere a queste domande.

R. Partiamo dalla domanda relativa al momento e al luogo della realizzazione. La tecnica di fusione a cera persa utilizzata per realizzare le statue ha lasciato, all’interno delle opere, frammenti di terra di fusione che, una volta analizzati, hanno dimostrato di provenire da cave nei dintorni di Argo, nel Peloponneso1. E ad Argo si trovava la bottega di Pythagoras di Reggio, il bronzista considerato da Plinio tra gli eccelsi, con Fidia, Mirone e Policleto, forse autore anche dei due Bronzi.

Il Carbonio 14 ha provato una cronologia di fabbricazione verso la metà del V secolo a.C., a distanza di pochi anni una dall’altra. I due bronzi, per i quali a livello stilistico si erano proposte datazioni diverse e con scarti anche di 50 anni, sono praticamente coetanei.

Le prove scientifiche dimostrano la fallacia di ipotesi ateniesi o legate al santuario di Delfi, come pure la possibilità di una provenienza dalla Magna Grecia o dalla Sicilia. 

D. Bene, adesso proviamo a rispondere alla seconda domanda, relativa alla loro destinazione al momento del naufragio.

R. La risposta a questo interrogativo si intreccia con la questione di chi fossero i soggetti di queste statue e di quante fossero. L’aiuto fondamentale a risolvere questo mistero ci viene dalla documentazione storica e dalle testimonianze degli scrittori antichi che le hanno viste, oltre che dall’osservazione di alcuni dettagli delle statue stesse. Le due statue sono di bronzo, ma hanno particolari in altri materiali: labbra e capezzoli in rame, bulbi oculari in calcite; iride in pasta di vetro; caruncola lacrimale in pietra rosa (da notare come i due Bronzi siano le uniche statue con la caruncola lacrimale).

Primo indizio: il bronzo A è provvisto di denti in argento, per fargli assumere una espressione irata. 

Un’accurata analisi dei segni rimasti sui Bronzi ha permesso di operare una ricostruzione degli elementi presenti in antico, potremmo dire degli “accessori” che ne favorivano l’identificazione: elmo, lancia e scudo per entrambi; una cuffia di cuoio, realizzata in rame, con paranuca e paraorecchie per la statua B. Ecco il secondo indizio: un elemento decisivo per l’identificazione del personaggio, perché è il segno del comando nel mondo dorico, tipico di re, tiranni e strateghi. 

Per poter arrivare alla conclusione sulla loro identificazione torniamo al loro viaggio: i Bronzi in origine erano esposti probabilmente ad Argo, ma dopo la conquista romana della Grecia e le spoliazioni del 146 a.C. ad opera di Lucio Mummio, furono portati a Roma e qui esposti almeno fino al IV secolo d.C. 

D. È a Roma che sono stati visti e descritti?

R. Sì, la loro presenza a Roma è documentata da numerosi confronti archeologici e da una copia in marmo dal Palatino, che permettono di identificare il gruppo con i “Fratricidi” del bronzista Pitagora di Reggio, facilmente riconoscibile per la presenza di un guerriero con un’espressione chiaramente irata. I due Bronzi sarebbero da identificarsi nei due figli di Edipo, Eteocle (B) e Polinice (A), ritratti poco prima del duello fatale in cui si uccideranno a vicenda, mentre la madre tenta inutilmente di dissuaderli, insieme alla sorella Antigone, e l’indovino Tiresia profetizza la loro morte. 

Tale gruppo è stato visto a Roma alla fine del I secolo d.C. dal poeta Stazio, il quale, nel libro XI della sua Tebaide, dimostra di averlo utilizzato come modello della sua narrazione poetica, citando il volto ostile di Polinice (il primo indizio), che vede sulla testa del fratello l’elmo “del re” (il secondo indizio), la rappresentazione plastica del potere tirannico per cui era nata la guerra dei “Sette a Tebe”. 

Il retore cristiano Taziano il Siro, nel II secolo d.C., li cita in una sua opera, dandoci il nome del gruppo statuario e quello del suo artefice2

D. Quindi le statue stettero a Roma molti anni, esposte in un luogo centrale della vita della città. Hanno subito degli interventi o sono state modificate in questo periodo?

R. A Roma le due statue conobbero un periodo secolare di esposizione al pubblico e subirono un restauro completo: la statua A ebbe sostituiti l’elmo e lo scudo, con il rifacimento del perno che sosteneva il copricapo; alla statua B, che presentava maggiori danni, furono realizzati dei calchi delle braccia danneggiate, sostituite da due nuove identiche. Al fine di montarli su nuove basi, entrambi i guerrieri furono dotati di nuovi tenoni in piombo del Laurion, mentre, per mascherare le aggiunte, i Bronzi furono ricoperti da uno strato di vernice allo zolfo, di cui è stata studiata la patina rimanente, che li rese simili ai “bronzi di Corinto”, di colore nero lucido.

D. Interrompo il racconto delle vicissitudini delle statue, che evidentemente non sono ancora finite, per chiederle qual era il colore originario di questi bronzi.

R. La domanda se la sono posta anche gli studiosi che stanno concentrando le ricerche attuali sul colore originario delle statue, sicuramente policrome per la presenza di rame, argento, quarzo e pietra. Considerando il colore simile a quello dell’elettro della lega di rame con una elevata quantità di stagno, si può ipotizzare che le due statue fossero rappresentate con i capelli biondi, mentre il corpo, come testimoniano le fonti antiche, sia stato scurito mediante l’uso del “fegato di zolfo” (polisolfuro di potassio), ovviamente prima dell’intervento subito a Roma, che li scurì.

Ipotesi ricostruttiva dell’aspetto originario dei bronzi (realizzazione di Saverio Autellitano)

D. Quindi, mi permetta l’espressione, erano due biondi?

R. In realtà il biondo cui fa riferimento la letteratura antica, greca e latina, è reso dal termine greco xanthos che in latino è fulvus, un biondo rossiccio, quindi.

D. Ma torniamo agli spostamenti delle statue; che cosa succede nel III secolo?

R. Dalla fine del III secolo d.C. le statue non vengono più copiate. Costantino ne decise lo spostamento a Costantinopoli, insieme a tutte le statue di proprietà dell’imperatore, come testimoniato da un intero libro della Antologia Palatina. La nave che era partita da Roma, però, non arrivò mai sul Bosforo, affondando nelle acque di Riace.

D. Dove è iniziato il loro sonno secolare, che si è interrotto solo nel 1972. Ma quindi nel mare di Riace potrebbero esserci altre statue? 

R. In effetti è possibile. Nell’anno del ritrovamento dei Bronzi, una nave americana segnalò la presenza di qualcosa in fondo al mare, a molti metri dal punto in cui poi furono recuperate le statue. Di recente la Soprintendenza ai Beni archeologici della Calabria ha autorizzato dei sopralluoghi nel tratto di mare interessato dalla scoperta e, a un primo esito, risulterebbe che al largo della costa di Riace ci sarebbero 16 echi sonar indicanti masse di metallo, forse il relitto della nave o altri resti metallici. Pensi che le stesse due statue A e B avevano scudo e lancia che non sono mai stati ritrovati…

Il mistero continua…

  1. Alla consapevolezza che Argo fosse il luogo di realizzazione dei Bronzi era già arrivato il professor Mario Micheli  e il gruppo di lavoro “Restauro come conoscenza”, che avevano svolto un’analisi petrografica delle terre di fusione, in AA. VV. I Bronzi di Riace: restauro come conoscenza, Volume 1, Museo Nazionale di Reggio Calabria e Istituto Centrale per il Restauro, Artemide, 2003.
  2. Questi riferimenti documentari vanno a confermare l’ipotesi, formulata da tempo dall’archeologo Paolo Moreno, che le statue facessero parte di un gruppo più ampio illustrante un episodio della vicenda dei Sette a Tebe (cfr. Paolo Moreno, I Bronzi di Riace, Il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe, Electa, Milano, 1998).

PER APPROFONDIRE

  • Ulteriori informazioni e contributi in merito alla vicenda dei Bronzi e al lavoro di altri  studiosi, oltre al prof. Castrizio, si possono trovare nell’articolo pubblicato su “la Repubblica” in line il 16 agosto 2020. Leggi l’articolo
  • La ricerca del professor Castrizio ha portato all’elaborazione di una ricostruzione tridimensionale dei Bronzi alla quale ha lavorato il dottor Saverio Autellitano occupandosi, oltre della modellazione tridimensionale, anche della ricerca preliminare di elementi stilisticamente e storicamente congrui alle due statue e della campionatura colorimetrica sulle reali e variegate tonalità del bronzo, eseguita in modo scientifico. Scarica le immagini
  • Gli studi e la conoscenza della tecnica della fusione a cera persa hanno dato un importante contributo alle scoperte sui Bronzi di Riace; per aiutare gli studenti a comprendere gli aspetti tecnici del complesso procedimento può essere utile la scheda allegata.
    Scarica la scheda