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Perdere la memoria è impossibile

di Paolo Scaglietti
Speciale R-Edu Civica

Secondaria di 2° grado - Latino, Greco, Educazione civica

Memoriam quoque cum voceperdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quan tacere
Tacito, Agricola 2

“La memoria avremmo perso con la voce, se fosse in nostro potere dimenticare come tacere”

 

Non possiamo dimenticare ciò che ci è accaduto, anche inconsapevolmente. Possiamo al massimo tacere, se qualcuno ci obbliga a farlo. Con questa importante affermazione di Tacito si sono misurati i cittadini di ogni epoca e luogo, sperimentando su di loro la differenza tra vera libertà e libertà concessa. Anche Plutarco descrisse nelle Vite la forza eroica dei valori della libertà contro la Tirannide. Ne parliamo idealmente proprio con Tacito attraverso l’Agricola, vediamo come.

Tacito era anche un uomo d’azione

Tacito aveva esercitato attivamente la politica sotto il principato dei Flavi ed aveva raggiunto le cariche di maggiore potere e prestigio proprio quando era imperatore Domiziano, uomo tanto inviso da meritare non solo la morte violenta, ma anche la damnatio memoriae, per effetto della quale era prassi annichilire persino il ricordo dei principi più odiati.

Tacito decise di dedicarsi alla attività di storiografo, scelta non inconsueta ad altri importanti ed illustri uomini d’azione del passato. Tra le opere di Tacito, la biografia del suocero, Gneo Giulio Agricola, occupa un ruolo di particolare rilievo.

La storia di Agricola: non solo una biografia

La monografia tacitiana presenta, in realtà, un carattere fortemente composito e, per ciò stesso, si configura come un’opera complessa. In questa, infatti, confluiscono tratti che provengono da più di un genere: la biografia (si veda ad esempio il De viris illustribus di Cornelio Nepote), il trattato etnografico (come la Germania dello stesso Tacito e, prima ancora, intere sezioni dei Commentarii cesariani), fino alla monografia storica (il cui rappresentante più eminente può essere di certo considerato Sallustio).

Il contenuto dell’opera può essere, molto stringatamente riassunto come segue: dopo un’introduzione di carattere politico, Tacito traccia rapidamente la carriera di Agricola, sino all’assunzione del mandato di governatore della Britannia, avvenuta nel 78 d.C.; a seguire, un excursus di carattere geografico ed etnografico, dedicato alla Britannia ed ai suoi abitanti ed alla romanizzazione di quel territorio. La parte centrale tratta dell’attività di governatore di Agricola, alla ricerca ed alla conquista di nuovi territori. Centrale, in questo contesto lo scontro e la sconfitta inflitta da Agricola ai Caledoni ed al loro valoroso capo, Calgaco.

“Pace” simile a “imperium”

Tra i numerosissimi aspetti e gli altrettanto ricchi spunti di riflessione che l’Agricola può offrire ad un lettore contemporaneo, due mi paiono meritare una quanto meno rapida analisi, specie in virtù dell’utilizzo lessicale operato dall’autore. Il primo è Agricola, 30; qui, il capo tribù dei Caledoni, Calgaco esorta i suoi soldati, in procinto di cimentarsi in uno scontro decisivo con le legioni romane, a moltiplicare il proprio coraggio e la propria dedizione, sino ad eguagliare e superare la potenza romana, frustrandone l’inestinguibile fame di potere; una bramosia tanto consustanziale alla mentalità romana che questi ultimi sono soliti chiamare, in termini eufemisticamente distorti, pace (pacem) ciò che, nella realtà, altro non è se non il proprio imperium (cfr. auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium).

L’analisi del breve passo, fa fede di una sorta di flagrante schizofrenia insita nella concezione romana del potere (ma forse in quella di qualunque vincitore): da un lato, il popolo conquistatore crede (o pubblicizza di credere) di perseguire come obiettivo l’istituzione di una sorta di ordine cosmico, dominato da una pace che a sua volta, da tale dominio, promana. Dall’altra, il popolo vinto vive tale dominio come forma di prevaricazione proterva e violenta e, a conseguenza di ciò, il valore correntemente sbandierato come pax, nella realtà altro non è se non solitudo (et ubi solitudinem faciunt pacem appellant).

Si può smettere di pensare?

Un secondo passo dell’opera, al capitolo 2, appare significativo, in quanto in esso Tacito affronta il rapporto fra cittadini dell’impero (anche di alto lignaggio) e potere politico al suo tempo (ed anche in questo caso, la riflessione tacitiana travalica ogni confine spazio – temporale, anche in virtù di una sententia dalla fulminea efficacia).

A definire il tetro clima di terrore, diffuso tra la cittadinanza, Tacito afferma:

Memoriam quoque cum voce perdidissemus, si tam in nostra potestate esset oblivisci quan tacere“. (Tacito, Agricola, 2).

“La memoria avremmo perso con la voce, se fosse in nostro potere dimenticare come tacere”

Certo, nei confronti di chi esercita una qualunque forma di potere, tanto più se ipocritamente ammantata di una coltre di rettitudine, utile sarebbe cessare di parlare e, per paradosso, di pensare. Anche perché, dovunque viga un regimen, di qualsivoglia natura, l’unico pensiero lecito e’ quello di chi comanda. Sempre sì dunque. Il no bandito assieme al vero. In tale modo impazza il dominio della calunnia, della delazione e del terrore. Fu così sotto Domiziano. Ma non ci capita di incontrare tutti i giorni sulla nostra strada tanti Domiziani, e per di più assai modesti?

Altre letture consigliate:

  • Claudia Giuffrida, Roma e la sua storia, Il Mulino 2019
  • Barbara Scardigli, Plutarco – Vite parallele, Pirro e Mario, Bur 2017
  • Tacito, Agricola, a cura di L. Lenaz, Milano, BUR, 1988

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