Rivista Secondaria di secondo grado Storia

Tra storia e trasfigurazione

Speciale 11 settembre
di Claudio Vercelli

Secondaria di 2° grado - STORIA

Sono passati 20 anni dall’attacco alle Twin Towers, al Pentagono e più in generale a quella libertà di movimento che in Occidente costituisce un paradigma dei processi di globalizzazione. E questo ventennale cade mentre è in atto il difficile disimpegno delle truppe occidentali dall’Afghanistan. L’opzione di ritirare i contingenti militari da una parte del Medio Oriente si inscrive all’interno di una strategia di lungo periodo, maturata già nel corso del decennio appena trascorso, il cui cardine è la scelta di non considerare più l’intera regione come strategica per gli interessi degli Stati Uniti e per la stessa Europa.

In tutta probabilità, i fuochi della contrapposizione si giocheranno sempre più spesso tra nuove aree di influenza: i cinesi e i russi, alleati ma anche in competizione, presenti perlopiù in Africa e nel Medio Oriente continentale; gli americani e, in subordine, gli europei, nel Sud-Est asiatico, al pari di un rapporto di reciprocità con le monarchie del Golfo. Non a caso, la firma degli «accordi di Abramo» con Israele, si inserisce in queste dinamiche di lungo periodo, che stanno ridisegnando la configurazione di poteri e relazioni in quei luoghi. E non solo.

La pedina vagante rimane l’Iran che, sia pure in rapporto con Mosca e Pechino, persegue una sua diplomazia, di taglio nucleare. La questione, per capirci, non rimanda – nel suo insieme -alle fonti energetiche tradizionali, gli idrocarburi, ma ai nuovi assetti di un’economia dell’informazione e della conoscenza, maggiormente svincolata dagli spazi geografici come tali ma, non di meno, strettamente legata a quel territorio globale dell’immaginario che è l’insieme delle tecnologie della comunicazione.

E a tale riguardo il rimando all’11 settembre, ovvero a quegli eventi tragici che si svolsero in tempo reale dinanzi alle televisioni di buona parte del mondo, è qualcosa di più di un ricordo e di un memento. Poiché il fatto e la sua riproduzione in presa diretta, attraverso i mass media, come se ne fossimo tutti immediati protagonisti, costituì un  passaggio epocale nel modo di intendere la cronaca e la storia. I terroristi che avevano dato corso ad una tale catastrofica vicenda, peraltro, non potevano non saperlo e – quindi- calcolarlo come effetto di lungo periodo. Si trattava, concretamente, di un’incredibile commistione tra i fatti (un omicidio di massa in tempo reale, laddove la paternità del delitto era apertamente rivendicata) e la loro raffigurazione collettiva, come se l’intero pianeta fosse stato trasformato in una surreale scenografia degli orrori.

Infatti, l’11 settembre rimane fondamentale, nelle nostre coscienze, soprattutto per due ordini di motivi: la dirompenza scenica della violenza terroristica, che catalizza l’attenzione collettiva e, al medesimo tempo, ne indirizza sentimenti, atteggiamenti e, quindi, comportamenti; nello stesso tempo, l’affermazione che al potere degli Stati si contrappone sempre più spesso quello di movimenti del terrore, organizzati non tanto su base strettamente spaziale e geografica, bensì sulla scorta di un forte radicamento su quel territorio virtuale che rimanda a tutti i mezzi di comunicazione di massa e alla loro capacità di produrre coscienza ed emozioni comuni.

C’è senz’altro un dato politico nelle Twin Towers (il cosiddetto «attacco all’Occidente»), ossia il conflitto con il radicalismo islamista; ma anche un aspetto simbolico, ovvero la consapevolezza che un nuovo terreno di scontro è la conquista dell’immaginario di massa, dove si generano sia mobilitazioni che contrapposizioni, identità, adesioni così come dinieghi e rifiuti. 

È il nuovo modo di declinare un tema vecchio quanto la società di massa: la conquista del consenso, che si traduce in legittimazione delle scelte politiche. Un tempo si sarebbe parlato di «fronte interno»; oggi, nell’età in cui pubblico e privato si contaminano vicendevolmente, forse è meglio riflettere su come la “guerra” sia sempre più spesso, al medesimo tempo, un fenomeno immateriale (di cui abbiamo percezione, nei paesi a sviluppo avanzato, solo sul piano delle comunicazioni di massa) e una sgradevole compagna delle nostre esistenze, occupando la nostra immaginazione ma, non per questo, accrescendo la nostra coscienza. Per certuni, in fondo, è come una sorta di War Game. 

Affermare che l’11 settembre costituisca uno spartiacque storico è quindi, francamente, improprio. Non lo è, invece, il ritenere che gli eventi che si legano ad esso – ovvero non solo a quel giorno, ma anche ai tempi successivi legati alla sua progressiva ricezione nell’immaginario di massa – siano strettamente correlati alla crescente crisi delle sovranità nazionali. Lo Stato-nazione, per come dalla seconda metà del Seicento in poi è andato affermandosi, fino alle più recenti cittadinanze democratiche, sta infatti rivelando la sua debolezza dinanzi ai processi di globalizzazione.

I terroristi che militano nelle formazioni del radicalismo islamista, sono pienamente consapevoli di una tale situazione. Ciò che i mercati globali portano con sé è anche la porosità di confini, quindi l’illusorietà che ai processi di massa si possa porre un argine con strumenti e misure pensati in un’altra epoca. Questo, in fondo, ci ricorda l’attacco distruttivo alle Twin Towers: ci pensavamo maggiormente liberi, ma ci siamo scoperti sempre di più fragili. E quindi indifesi.

È forse bene evocare un ultimo riferimento: nella coscienza di molte persone fino al 2001 l’evento dell’11 settembre poteva rimandare a un altro evento traumatico, ossia il feroce e implacabile colpo di stato di Augusto Pinochet Duarte, che trasformò il Cile in una sorta di laboratorio civile e sociale, all’ombra del liberismo economico e della violenza di Stato. In quest’ultimo caso, il trauma che ne derivò era quello che veniva prodotto in una società ad economia industriale, travolta da un potere dispotico, liberticida e dittatoriale.

Non esiste contrapposizione ideologica, e neanche competizione politica, tra i due eventi storici di cui stiamo parlando, ma senz’altro una sequenza storica, un rapporto tra un prima (il Cile del golpe) e un poi (il terrorismo contro gli Stati Uniti). Un legame che rimanda non solo a una successione cronologica bensì ad una trasformazione logica: le minacce alla democrazia, in Cile, derivavano da forze interne, prima di tutto l’esercito e la coalizione di consensi che aveva costruito intorno a sé; negli Stati Uniti, sono invece il risultato di forze esterne, il fondamentalismo terrorista, la cui legittimazione non è mai legata all’appartenenza a territori sovrani bensì al suo costituire un attore che si muove liberamente in essi. Questo, in fondo, è il lascito che, anche nella riflessione storica, ci deriva dagli scenari sui quali ci siamo soffermati. 

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