Il Sole 24 Ore orientamento Secondaria di primo grado

Istituti tecnici da rilanciare, chiamiamoli licei tecnologici

Claudio Tucci intervista Gianni Brugnoli, vicepresidente di Confindustria per il Capitale umano

«A genitori e studenti dobbiamo parlare chiaro: l’industria è a caccia di giovani talenti, che si fa fatica a trovare. Faccio due esempi: i sei settori core della manifattura esprimono un fabbisogno di almeno 20mila diplomati Its l’anno. Sa quanti ne escono dagli istituti tecnici superiori ogni anno? Non più di 3/4mila unità. E non va certo meglio per quanto riguarda le assunzioni di periti e di esperti nelle discipline Stem. Ancora oggi un inserimento su tre, qualche volta anche uno su due, è impossibile per via delle competenze non in linea con le richieste del lavoro o perché i candidati proprio non ci sono. E nei prossimi anni ce ne saranno sempre meno visto l’andamento demografico, previsto in forte calo dall’Istat. Per tutto ciò – ha spiegato Gianni Brugnoli, vicepresidente di Confindustria per il Capitale umano – mi sento di lanciare, dalle pagine della Guida, un forte appello: le iscrizioni al nuovo anno sono fondamentali non solo per famiglie e ragazzi, ci mancherebbe, ma anche per il tessuto imprenditoriale, e per il bene dell’Italia, che, nonostante tutto, continua a essere il secondo paese manifatturiero d’Europa.»

Vicepresidente, qual è la marcia in più che offre l’istruzione tecnica?
I nostri istituti tecnici e gli Its sono le scuole che, in assoluto, intercettano l’innovazione e le sfide che stanno trasformando il mondo imprenditoriale. Si tratta, da sempre, di istituti all’avanguardia e passepartout per l’occupazione. Faccio un altro esempio. Quando un giovane entra in un bel laboratorio del legno, e inizia a sentire il profumo del parquet, beh, già ha la sensazione che sta entrando davvero nella sua specialità, o per meglio dire nel suo mestiere. E lo stesso vale per i laboratori tessili, del ferro, 4.0, solo per citarne altri. E questo messaggio va chiaramente riportato a famiglie e ragazzi, puntando su un orientamento a tappeto. Da parte nostra stiamo incalzando il governo. Di recente, ho anche proposto: facciamo parlare i ragazzi usciti dagli istituti tecnici o dagli Its e che dopo pochi mesi lavorano nelle nostre aziende. Quale migliore testimonianza si può avere?

Non c’è dubbio che l’istruzione tecnica vada fatta conoscere meglio. Il cambio di nome può aiutare?

Io penso di sì. L’istruzione tecnica è ancora percepita come seconda scelta, se non si è abbastanza bravi per andare a un liceo. Niente di più falso. Basta vedere l’offerta formativa, e le materie che si studiano, in un istituto tecnico. In queste scuole si forgiano le competenze trasversali, che sono e saranno sempre più fondamentali nell’industria alle prese con innovazione e digitale. Ma se i nomi e un certo linguaggio fanno più presa, allora assecondiamo il “marketing”, e chiamiamo gli istituti tecnici licei tecnologici.

Mantenendo il legame sempre stretto con imprese e territori…

Certamente. L’istruzione tecnica deve continuare a caratterizzarsi per laboratori all’avanguardia, al passo con i cambiamenti del mondo produttivo; e con un collegamento stabile con le aziende. Sotto quest’ultimo aspetto, ritengo un grave errore aver ridotto la scuola-lavoro, negli istituti tecnici, ad appena 150 ore nel triennio finale. In così poco tempo l’esperienza on the job rischia di essere vissuta come una gita in impresa. Anche l’edilizia scolastica va ripensata, e riadattata alle nuove modalità di insegnamento che non sono più solo frontali.

Perché un ragazzo dovrebbe scegliere oggi un istituto tecnico?

Perché offre concrete chance di occupazione, e per famiglie e giovani è un messaggio di fiducia. Vede, noi imprenditori vogliamo riportare l’attenzione sul lavoro e sulle competenze necessarie, non sul posto in quanto tale, e credo che l’istruzione tecnica e gli Its siano la ricetta giusta, considerato anche che l’85% dei lavori richiederà skills elevate, di contenuto tecnico-scientifico. In due parole, discipline Stem, dove ancora scontiamo un gender gap elevato, a danno delle ragazze. Ecco perché il rilancio dell’istruzione tecnica e la scelta della scuola giusta sono centrali: se non ci sarà quel cambio di passo auspicato rischiamo di veder aumentare la quota di Neet e l’abbandono scolastico, e faremo un grave danno alle imprese e a tutto il Paese, che, mi creda, oggi, proprio non possiamo permetterci.