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"Detto tra noi: le scritture dell’intimità "

di Olivia Trioschi

Secondaria di 2° grado - Italiano

La scrittura come risorsa

“La scrittura autobiografica è sempre stata una risorsa di auto aiuto e cura. Di base, la scrittura è una grande stimolatrice neuronale per la memoria ma ha pure una funzione sociale: nei momenti difficili ci aiuta ad aiutarci”. Così Duccio Demetrio, docente di Filosofia dell’educazione e della narrazione all’Università Bicocca di Milano, presentava nell’aprile 2020 uno dei molti progetti sulla scrittura nati in tempi di pandemia. Progetti partiti da una base comune: l’evidente e documentata riscoperta delle scritture private da parte di persone di ogni età, non solo come compensazione del vuoto sociale in cui tutti siamo improvvisamente piombati, ma anche come innesco di una relazione diversa e più consapevole con il proprio mondo interiore.

Le scritture private a scuola

Come docenti della secondaria superiore, possiamo intercettare questo nuovo e più forte bisogno di raccontare e raccontarsi? Come impostarne la pratica e la finalità educativa e didattica?

Se la finalità educativa appare chiara e in certo modo intrinseca alla scrittura privata, la compatibilità tra questa e le attività didattiche richiede forse una riflessione, in particolare per chiarire in quale modo collocare l’insegnante di italiano tra il soggetto che scrive e l’oggetto privatissimo, per dir così, delle sue scritture. Non è neppure il caso di sottolineare, infatti, il timore che avverte lo studente nell’ipotesi di una valutazione negativa conseguente a una sia pure timida e controllata espressione della propria dimensione intima.

Ma è forse proprio aggirando questo aspetto che possiamo progettare un’attività di classe: usiamo dunque le scritture private come laboratorio in cui gli studenti sperimentano tecniche date, e dove la valutazione, espressa in itinere in modo informale, si concentra sul “come” quella tecnica è stata giocata e non sul “cosa” è stato espresso, riservando una valutazione formale al prodotto finale, che potrà essere un testo redatto secondo una consegna più ampia e complessa, di sintesi di quanto costruito nelle sessioni laboratoriali.

Non è da sottovalutare, poi, la riflessione che possiamo avviare in classe, anche in ottica di Educazione alla cittadinanza consapevole, sulla differenza tra scritture private e scritture “social”: queste ultime, pur imitando il genere diaristico – pensiamo alle pagine personali su Facebook o su Instagram – sono vetrine di se stessi che inducono a smarrire i contorni tra pubblico e privato. Distinzione ben chiara agli adulti, ma tutta da verificare negli adolescenti.

Laboratorio di scrittura

Uno stimolo per iniziare

Vediamo dunque come avviare un laboratorio di scrittura privata in classe.

Un possibile punto di partenza è la lettura di questo breve estratto:

“Cosa hanno in comune il generale Patton, la conduttrice televisiva Oprah Winfrey, il fotografo Edward Weston e l’artista Andy Wahrol?”

Tutti hanno scritto appassionatamente un diario per tutta la vita, dove appuntavano giorno per giorno dai grandi avvenimenti alle emozioni, fino a piccole scoperte e illuminazioni. Sono o erano persone occupatissime, eppure hanno dedicato o dedicano alle note quotidiane almeno una parte, anche minima, della loro giornata. Perché? Per una loro eccentricità? Perché sono smemorati? O perché così è più facile passare alla storia? No, solo perché scrivere un diario è terribilmente utile. Aiuta a conoscersi, a migliorare, a superare i momenti difficili.

(Luisa Carrada, https://blog.mestierediscrivere.com/2013/05/05/felicita-e-un-diario-creativo/)

Portiamo gli studenti a riflettere sulla valenza autoformativa della scrittura privata, chiediamo se e quali esperienze ne hanno già fatto, introduciamo la differenza tra privato e pubblico, osservando che social e blog possono indurre la rincorsa della visibilità a tutti i costi, degli amici e dei “mi piace”, che è cosa ben diversa dal valore immenso dello scrivere di sé.

Qualche suggerimento per continuare

Di seguito alcune proposte di scrittura che, partendo dallo spunto della scrittura diaristica, e sulla base di esempi tratti dalla letteratura, chiedono agli studenti di metter in pratica tecniche espressive in ordine crescente di complessità. Le attività sono liberamente combinabili, a seconda della progettazione e dell’obiettivo fissato dal docente.

Il diario, per cominciare

Ci sono cose che si pensa di non poter dire a nessuno. Al diario, sì. Si può. Specialmente i dolori e le infelicità: non piacciono ma capitano, e purtroppo non raramente, a tutti. Certamente esistono gli amici per questo, e per fortuna. Ma a volte gli amici sono di fretta, oppure non ascoltano, oppure non capiscono. Non è che per questo smettono di essere amici. La vita è complicata per tutti. Il diario c’è sempre, non si vergogna di niente, non si aspetta che tu sia meglio o peggio di quello che sei in quel momento lì. Se riesci a scriverlo, lo puoi affrontare. Di qualsiasi cosa si tratti. Virginia Woolf, che è stata una grande scrittrice, si chiedeva quale tipo di diario avrebbe voluto. Tu che cosa vorresti scrivere? Come vorresti fosse il tuo diario? Ecco un modo per iniziarlo.

Che tipo di diario vorrei fosse il mio? Un tessuto a maglie lente, ma non sciatto: tanto elastico da contenere qualunque cosa mi venga in mente, solenne, lieve o bellissima. Vorrei che somigliasse a una scrivania vecchia e profonda o a un ripostiglio spazioso, in cui si butta un cumulo di oggetti disparati senza nemmeno guardarli bene. Mi piacerebbe tornare indietro, dopo un anno o due, e trovare che quel guazzabuglio si è selezionato e raffinato da sé, coagulandosi, come fanno misteriosamente i depositi di questo genere, in una forma; abbastanza trasparente da trasmettere la luce della nostra vita, eppure ferma, un tranquillo composto che abbia il distacco di un’opera d’arte. Il requisito principale (ho pensato rileggendo i miei vecchi diari) non è fare la parte del censore, ma scrivere come detta l’umore, e di qualunque cosa; perché mi ha incuriosita la mia passione per le cose buttate alla rinfusa, e ho scoperto il significato proprio là dove allora non lo vedevo.

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, BEAT, 2011

Le parole e le cose

Come si fa a descrivere il proprio stato d’animo? Frasi come “sto bene”, oppure “sto male” sono bidimensionali, non rivelano la profondità dell’emozione e del sentimento. Dove non bastano le parole, però, arrivano le cose: il linguaggio figurato trasforma in realtà sensibili il “groviglio” interiore, portandolo alla luce. Nel diario di Antonia Pozzi, ad esempio, troviamo questa rappresentazione di un momento di ritrovata gioia: la vita comincia, ed è come trovarsi su un prato al sole… puoi provare anche tu a descrivere le tue emozioni (una gioia improvvisa, una preoccupazione, una sorpresa…) facendole diventare “cose”.

Perché e così: prima si sbaglia, ci si perde […] finché la vita un bel giorno comincia, coi suoi gesti leggeri e sapienti, a richiamarci a lei: è come aprire gli occhi ad un tratto e ritrovarsi su una striscia di prato al sole, vicino alle pietre e alle piante. Il senso della vita non è più sparso, nel cervello, nelle mani, negli occhi, ma è tutto raccolto nel centro del petto, come un enorme fiore o come una corazza: e il domani non è più che portare sempre più in avanti quel fiore, sereni, eretti, per una grande strada bianca.

(A. Pozzi, Diari e altri scritti, Viennepierre, 2008)

La scrittura diaristica come illuminazione

Annotare eventi minuscoli, di quelli a cui non si fa caso, fa diventare più sottile e illuminata la percezione.  In questo frammento di diario vi sono cose piccolissime: un suono di passi, un saluto sventolato dalla porta, piatti da lavare… ma queste stesse cose si stagliano dal fondo di una giornata qualunque, diventano di un colore più vivo e vero. Eccoti lì, pronto, con la penna in mano: scrivi solo le sensazioni di questo momento: quello che ascolti, i particolari che ti colpiscono, il ricordo che ti assale. Frasi asciutte, come brevi pennellate. Senza cercare il capo e la coda del testo. Per ora non ci sono, e va bene così.

I passi leggeri dell’aiuto cameriera, ciabattine che rivedo intrecciate di rosso e nero e, se così le visualizzo, il suono assume qualcosa di quella treccia rossa e nera; sicuri, risoluti, i passi di stivali del figlio che esce di casa e saluta ad alta voce, con lo sbattere della porta che spezza l’eco del “dopo” che viene dopo la “a”; una calma, come se il mondo finisse in questo quarto piano alto; rumori di stoviglie da lavare; lo scorrere di acqua; “allora non ti ho detto che”… e il silenzio fischia dal fiume.

(Fernando Pessoa, Il secondo libro dell’inquietudine, a cura di R. Francavilla, Feltrinelli, 2013)

Il diario come viaggio

I diari di viaggio sono quasi un genere letterario a sé stante. Ve ne sono di famosissimi, che hanno proprio segnato un’epoca, come il Viaggio in Italia di W. Goethe o il Viaggio in America di A. de Tocqueville. In tempi più vicini a noi, ci sono i diari scritti da Che Guevara durante i suoi vagabondaggi per il centro America e quelli del giornalista Tiziano Terzani, legati alle sue esperienze in Asia. Ma sono numerosissimi, specie oggi, i diari di viaggio online, in genere nel formato del blog o del post su siti dedicati. L’aspetto interessante dei diari di viaggio sta nella curiosità dell’osservatore, che come un esploratore indaga, parla con le persone, cerca di capire senza giudizi e pregiudizi, raccoglie dati ed eventualmente confronta, non per stabilire gerarchie ma per sviluppare nuove riflessioni.

La regione a est di Derudeb era scolorita e riarsa; c’erano lunghe pareti di roccia grigia e palme dum che crescevano negli uadi. Le pianure erano punteggiate di acacie che avevano la cima piatta, i rami nudi in quella stagione, lunghe spine bianche che sembravano ghiaccioli e una spolverata di fiori gialli. Di notte, mentre vegliavo sotto le stelle, le città dell’Occidente mi parevano tristi e aliene, e le pretese del«mondo dell’arte» assolutamente idiote. Qui invece avevo la sensazione di essere tornato a casa. Malimoud mi insegnò l’arte di riconoscere le orme nella sabbia: gazzelle, sciacalli, volpi, donne. Seguimmo la pista di un branco di asini selvatici e lo avvistammo. Una notte udimmo un leopardo tossire accanto a noi. Una mattina lui tagliò la testa a una vipera che si era raggomitolata sotto il mio sacco a pelo e me ne offri in dono il corpo, infilzato sulla punta della sua spada. Con nessuno mi sono mai sentito più al sicuro né, al tempo stesso, più inadeguato.

(B. Chatwin, Le vie dei Canti, Adelphi, 1988)

Il diario come autobiografia

Nel diario possono entrare frammenti o pagine di ricordi, pezzetti della propria autobiografia, ricostruzioni di avvenimenti, insomma tutto quello di cui sentiamo il bisogno in quel momento, in quel giorno, a quell’ora.

Puoi fare come il poeta Guillaume Apollinarie e ricomporre alcuni episodi della tua vita associandoli liberamente, senza rincorrere un filo logico (la scrittura in versi liberi aiuta, in questo caso), partendo dal presente in cui scrivi e rivolgendoti a te stesso come se fossi quel “tu” lontano che di volta in volta si è trovato a essere bambino o ragazzo, con la mamma, in vacanza, in giro con gli amici, a scuola, da solo in casa…

Eccola la giovane via e tu sei ancora un piccino nulla più
Che la mamma veste soltanto di bianco e di blu
Sei molto devoto e col tuo più vecchio compagno
René Dalize […]

E l’immagine che ti possiede ti fa sopravvivere
nell’insonnia e nello sgomento
Quest’immagine che passa non ti abbandona un momento
Ora sei in riva al Mediterraneo
Sotto i limoni tutto l’anno in fiore
Coi tuoi amici te ne vai in giro in canotto […]
Guardiamo nelle profondità i polpi con terrore
E i pesci nuotano fra le alghe immagini del Salvatore
Sei nel giardino d’una locanda nei dintorni di Praga
Ti senti tutto felice una rosa è sulla tavola…

(G. Apollinaire, Poesie, Trad. it. di G. Caproni, Rizzoli, Milano 1985)

Il diario in forma di monologo interiore

Quando senti che afferrare il filo logico dei tuoi pensieri diventa troppo difficile – accade non di rado a chiunque – puoi tentare la via del monologo interiore. Fai così:

  • parla di te stesso in terza persona
  • inizia con una scena qualsiasi, di ordinaria vita quotidiana
  • procedi con associazioni mentali, seguendo sensazioni e ricordi.

Per esempio: Roberto annunciò che usciva a farsi un giro, ma appena arrivato in strada si accorse che il cielo prometteva pioggia, come quella volta in cui aveva aspettato inutilmente Giulia, ed era tornato a casa zuppo e arrabbiato…

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei.
Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati tra poco. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca come se fosse stata appena creata per dei bambini su una spiaggia.
Che gioia! Che terrore! Sempre aveva avuto questa impressione, quando con un leggero cigolio dei cardini, lo stesso che sentì proprio ora, a Bourton spalancava le persiane e si tuffava nell’aria aperta. Com’era fresca, calma, più ferma di qui, naturalmente, l’aria la mattina presto, pareva il tocco di un’onda, il bacio di un’onda; fredda e pungente, e (per una diciottenne com’era lei allora) solenne, perché in piedi di fronte alla finestra aperta, lei aveva allora la sensazione che sarebbe successo qualcosa di tremendo, mentre continuava a fissare i fiori, e gli alberi che emergevano dalla nebbia che a cerchi si sollevava fra le cornacchie in volo. E stava lì e guardava, quando Peter Walsh disse: “In meditazione tra le verze?” Disse così? O disse: “Io preferisco gli uomini ai cavoli”? Doveva averlo detto a colazione una mattina che lei era uscita sul terrazzo – Peter Walsh. Stava per tornare dall’India, sì, uno di questi giorni, in giugno o a luglio forse, non ricordava bene, perché le sue lettere erano così noiose; ma certe sue espressioni rimanevano impresse, gli occhi, il temperino, il sorriso, quel suo modo di fare scontroso, e tra milioni di cose ormai del tutto svanite – com’era strano! – alcune espressioni, come questa dei cavoli.

(V. Woolf, La signora Dalloway, Trad. N. Fusini, Feltrinelli)

 

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