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La memoria perduta

“C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.”

Milan Kundera, La lentezza, Adelphi

Nell’antica Grecia la poesia, i testi teatrali, i racconti di storie erano conosciuti attraverso la recita o la lettura ad alta voce davanti a un pubblico di ascoltatori: la cultura greca, infatti, particolarmente in epoca arcaica, era fondata sull’oralità. Il “libro”, inteso come oggetto di uso individuale che fissa un testo letterario scritto, si diffonde tardi.

Come ci racconta Pausania, vissuto nel II secolo d.C.:

“le cose sopravvivevano presso i Greci non come lette, ma come cantate. Gli artefici di questa trasmissione orale, i rapsodi si riunivano in corporazioni e godevano di alto prestigio sociale.”

L’avvento di un uso diffuso della scrittura non fu però ben accolto da tutti, come ci dimostra questo estratto dal Fedro di Platone (427-347 a.C.):

E ora tu, che sei il padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di ciò che essa è in grado di fare. Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di coloro che l’avranno imparata, perché non fa esercitare la memoria.

Bisogna attendere Aristotele (383-322 a.C.) perché la scrittura acquisti piena autorevolezza.

Il punto focale su cui vogliamo soffermarci è il tema della memoria e in secondo ordine dell’autorità: nel mondo omerico l’oralità, fatta di frasi spesso rituali e ripetitive tramandate dai rapsodi, era il luogo della trasmissione dei contenuti e dell’educazione. La fruizione dell’oralità si basava su una fortissima memoria. Era questa la condizione sine qua non non ci poteva essere trasmissione. Era quindi l’oralità nell’età arcaica il luogo dell’autorevolezza.

Con la diffusione della scrittura prima e molti secoli più tardi della stampa (v. Gutemberg – 1455), il mondo ha pensato di avere risolto un problema: il problema della memoria dei contenuti e dei messaggi.

Da lì fino all’avvento del word wide web è la scrittura il luogo dell’autorevolezza: sono i libri, i giornali il primo riferimento per la validazione delle informazioni. Anche l’avvento della tv non sposta questa centralità, la accompagna.

È con il world wild web che nasce una nuova esigenza: la velocità. E una nuova mancanza: la perdita della memoria.

La scrittura in senso classico non riesce più a stare al passo con la velocità della comunicazione. Per questo adesso scrittura e oralità si mischiano e si reinterpretano nel mondo di internet.  È lì che andiamo subito a verificare una notizia. Il libro scritto viene dopo. Non è abbastanza veloce.

I contadini toscani avevano memoria di Dante perché in Toscana c’era stata una trasmissione orale di Dante. Adesso noi non ricordiamo più a memoria né Dante né I Sepolcri di Foscolo. La rete ci presta sempre soccorso. Anche Facebook si è abbassato nelle preferenze dei giovanissimi a vantaggio del meno testuale Instagram. Whatsapp del resto vede aumentare l’uso dei messaggi vocali a scapito di quelli scritti.

Non è certo una nuova oralità omerica, sia chiaro, è piuttosto una perdita di memoria globale, sotto certi aspetti inaspettata.

Per approfondire